La casa-studio di Giuliani a Colle San Marco. Ascoli è lì sotto, lontana. Qui - nella cava paterna, ora dismessa - nel posto della sua infanzia, Giuliani ha costruito la sua dimora (quasi un autoritratto), una dimora collocata nel luogo dello scavo, in un vuoto che un tempo, forse, era un pieno. Una dimora colma di risonanze e di esperienze, di fronte a pareti tagliate di pietra, quasi pagine, superfici irregolari, incise con segni che dicono memorie geologiche di stratificazioni.

Tu dici, gli chiedo, che «il travertino respira, è pieno di organismi vegetali e animali fossili, ogni poro è l'anima di una vita, il suo tempo». Analogamente le tue opere paiono voler scovare l'anima più segreta della materia scavandola, smaterializzandola con un'intenzione altamente formativa, togliendo cioè quel "soverchio" che ti permette di raggiungere il tuo "concetto".

E allora ti chiedo: quali sono state le circostanze e le ragioni che ti hanno condotto alla scelta di questo tuo modo di lavorare il travertino, un procedimento di erosione che sfida la resi­stenza stessa del materiale e che giunge a realizzare una forma particolare, con una sua modulata valenza plastico-spaziale, ove abitano vuoto e silenzio in un ritmo dinamico?

Tento di decifrare una incompiutezza, per questo ho bisogno del travertino, di quella pietra...: del suo suggerimento, fatto di disegni e impasti di segni... La massa, per me, non è altro che una somma di superfici possibili.

«Vuoto e silenzio»: le parole che usi sono le più adatte a quanto vorrei realizzare. Ma è solo recentemente che ho acquisito questa consapevolezza; d'altra parte, se le sculture sono di forme di luoghi o forme di idee, mi rendo conto che molte hanno anche una loro dimensione quasi sacrale, pur derivando da processi propriamente fabbrili.

11 tuo lavoro plastico rifiuta ogni gigantismo monumentale; il tuo lento e paziente annulla­mento del blocco di pietra è come un'eco del lento e paziente processo di sedimentazione della materia primaria. Riflettendo su uno spazio interno alla scultura, tu costruisci insolite membrane, pellicole trasparenti, emozionate dal soffio del vento. Le tue opere emanano un sentimento di nostalgia, una sorta di malinconia intima che sembra aspirare a una difficile armonia. Cosa vuoi intendere quando dici che vuoi dare forma a qualcosa di essenziale, di assoluto e che sei alla ricerca, quasi, di un coinvolgimento mistico? E quale è il tuo rapporto con gli aspetti letterari e simbolici che talora compaiono nei titoli delle tue opere?

Con i loro vuoti e pieni, e con il contrasto di luce e d'ombra, certe architetture sacre parlano un linguaggio "mistico". In certi luoghi è facile che appaia un Dio. Una scultura simile può evocarlo e forse generarlo. II simbolo antiretorico ed ermetico è un modo per pensare al tutto senza raggiungerlo. Nei titoli vi è sempre un ricordo...: volto a un tempo trascorso, o a un poeta, a uno scultore, al suo modo, alla sua opera.

Come si struttura la tua immagine? C'è un graduale processo di avvicinamento alla concre­tizzazione della forma o questa si presenta subito con chiarezza? Ed esiste un rapporto tra il tuo disegno e le tue sculture?

Ogni scultura ha una sua propria occasione: può essere un disegno, o una riflessione, o una lettura, o un pensiero quasi occasionale a determinarne l'avvio. È poi la concentrazione sul lavoro a dare - spero - vigore, spessore e qualità al risultato.

Talora le tue opere sono realizzate con materiali diversi: è frequente il legame tra il travertino e il gesso: quasi che il gesso compensi la fragilità del travertino. Oppure vuoi configurare una poetica del frammento? O cosa altro?

La frattura, o il particolare, postula il totale, e il parziale risponde per il tutto. II gesso è per me l'altra parte, quasi l'altra anima della scultura; alla scultura nata dal togliere si affianca la scul­tura che scende dal mettere. L'artificio si sovrappone al già dato; e al bianco, l'ombra del bianco.

Quali sono gli artisti che hanno, in qualche modo, sollecitato la tua ricerca? Quali sono, oggi, i tuoi interlocutori privilegiati?

Direi, semplicemente, un gruppo di amici che sentono come la sento io l'integrità di un'arte non scalfita dalle mode. Peraltro, non sento d'avere un preciso parametro formale cui riferirmi: per­ché certo non esclusivamente formale è il mio trasporto verso Michelangelo, Martini, Brancusi...

Sono sempre più convinto di poter dire che in questo luogo, semplice e originario, sovrastato da una dimensione di lontananza temporale, tu abiti il vuoto prodotto dalla cava. Come ti senti in questa casa-studío, circondato non più soltanto dai massi di pietra dell'esistenza della tua infanzia ma anche dalle tue opere?

Un vuoto che riempio di passato e sguardi, di uomini bagnati dal sole o dal fango, di rumori, di ruspe ed esplosioni. Ho mio padre dentro e vivo la sua stanchezza; spero che questo luogo lo renderà immortale. Ho capito che la pietra e le montagne contengono ricordi e sogni che io consumo per assaporarne il tempo. Spero solo che questa natura così forte che mi circonda e mi assale, ora, non disturbi l'anima