Giuliano Giuliani

Giuliano Giuliani è nato ad Ascoli Piceno, è nato in una cava, una cava di Travertino… Il desiderio creativo che è nato in me, indubbiamente nasce dall’infanzia, e nasce da una consapevolezza della bellezza di cui è ricca la natura umana, e la natura in genere. Un’altra consapevolezza è quella della fine, della perdita. Da qui nasce, probabilmente, il desiderio religioso, il riscatto del sacro. Se la bellezza non basta, cerchiamo Dio. L’ho cercato fin dall’infanzia, perché era la risposta forse più autentica e più profonda… Però poi ho pensato più all’arte, anche se all’arte manca la Resurrezione.

La rottura, anche casuale, di un pezzo di un intero, di una forma è data dalla sua morfologia e da alcune debolezze dell’insieme della massa e già c’è una scelta casuale o naturale, già c’è una struttura, ci sono già degli stimoli, ci sono già delle presenze con le quali diventa più o meno desiderabile intervenire, partecipare. Le tecnologie, le più moderne, adesso permettono alle pareti di essere tagliate con dei fili diamantati, sono pareti alte anche dieci metri e profonde in genere tre metri, vengono buttate a terra e poi vengono spezzate con dei fori e delle cugne dove inserire dei cunei. Si sceglie in base all’esigenza del prodotto, delle sculture da fare, delle grandezze.  Le pietre hanno un’anima, certo hanno un Dio, in particolare il travertino, il travertino è pieno di pori, pieno di vita, pieno di presenze. Nasce dall’acqua e si stratifica, e ingloba tutto ciò con cui interagisce da millenni. Quindi è una lavagna della storia, del tempo, del vissuto. Ogni volta che si apre c’è un mondo che appare. La massa è una sostanza quasi completa, una storia dove appunto un Dio può nascondersi. In alcune civiltà, in alcune religioni, Dio si presenta nelle pietre. La scelta di questo materiale, appunto pieno di vita, mi è congeniale a identificare, a pensare, a una presenza nell’essenza. Le mie forme sono come delle impronte di qualcuno che ha lasciato una testimonianza; se devo identificare, appunto questa sacralità, questa presenza la individuo sempre su dei rigonfiamenti, su delle forme concave o convesse, svuotate, sottilissime, dove appunto si intravede una trasparenza, una possibilità di illuminazione, una luce anche tagliata o forte o debole o appena apparsa, è tra questa luce che si determina, appunto, la presenza “dell’invisibile”. Spesso la pietra suggerisce, suggerisce sia per la figura, sia per l’astratto, sia per qualunque soluzione, perché facendo tutto da me il prodotto, facendo tutto da me la scultura, è chiaro che entro in simbiosi, in relazione costante, un “corpo a corpo”, come dicono in tanti, il corpo a corpo con il materiale, quindi con le varie fasi, sia della formazione con strumenti arcaici, come i vari “mazzuoli, graffioni, picchette”, sia quando poi arrivo con i frullini, lì è un momento diciamo molto intenso, ma anche sensuale, perché c’è la superficie che alla fine, al passaggio del disco che leviga, forma d’improvviso e in modo sorprendente la definizione della superficie.  Il travertino è una materia legata alla terra, non ha la lucentezza dei graniti, questo sapore del lusso, ha appunto un legame con un’autenticità e chiarezza e bellezza. Tutto nasce, secondo me, e in particolare per gli scultori, nella consapevolezza della bellezza dell’universo e nell’angoscia della perdita. Da qui nasce il senso religioso, e tutto michelangiolesco, dell’appagamento mistico, del legame con il riscatto religioso, e nella furia, secondo me, scultorea, del fare, c’è tutta l’origine, l’appagamento del costruire, del determinare; nella scultura, per me almeno, c’è questo obbligo fisico, questo coinvolgimento del corpo che sta alla base di ogni costruzione, in questo caso scultorea. Sono concetti molto classici e condivisibili per chi nasce forse in una cava e vede gli uomini sudare al sole, bagnarsi col fango, e sente la necessità di esprimere forme e valori, estetici ed etici, avendo bisogno anche del corpo… e del sudore.