Giuseppe Appella

                                                                                                       Vorrei esprimere un gran volume
                                                                                                       col minimo di materia
                                                                                                       Kenneth Armitage

L’incontro romano con le opere in travertino di Giuliano Giuliani entra immediatamente nel viaggio che potrebbe essere fatto all’insegna di quella risorsa edilizia che ha resistito all’ingiuria del tempo: dall’anfiteatro Flavio al teatro di Marcello, dalla Fontana di Trevi a San Luigi dei Francesi, al colonnato di San Pietro, tutti restaurati da poco e quindi con una chiara evidenza della loro colorazione naturale che varia, attraverso sottili sfumature di giallo, dal bianco latte al noce. Altrettanto tempestivo il raffronto con il centro storico di Ascoli Piceno e la constatazione che, nonostante le molteplici esperienze, nulla è riuscito ad accrescere la varietà dei materiali delle sculture di Giuliani, senza per questo compromettere lo spettro d’ampliamento dei suoi interessi formali ed espressivi.

Inalterata è rimasta la volontà di scendere, facendosene speleologo, nel cuore del travertino e della sua energia in potenza, assorbendone le stratificazioni di secoli che rimandano ad architetture preistoriche o a concrezioni geologiche nelle quali le varie parti si sostengono o si contrastano nello spazio, la componente strutturale che suggerisce il modello o lo conduce verso il risultato, e il piacere di continuare a indagare, tra le pieghe delle sue fragili giunture, le ragioni remote di un nuova ricerca, allargando i bordi, staccando dai blocchi sagome aggettanti come se oscure e indomite forze le avessero lievemente dissestate, sfruttando la levigazione della pietra senza farle perdere quella grana spessa e porosa, come una sensibile epidermide. Una pietra tanto robusta quanto docile, i cui metodi di lavorazione industriale si sono talmente raffinati da spingere Giuliani a un trattamento artigianale, che ubbidisca unicamente alle esigenze di un linguaggio e di un contenuto interiori.

Costante, infatti, è la preoccupazione di togliere al materiale il carattere di ready made, i segni della devastazione e del disuso che ne indicano l’origine diretta dalla cava. Il frammento, scaturito dal blocco iniziale, o il masso, una volta tagliato, appuntito, scavato, raggruppato, arrotondato, senza che la totalità della massa ne sia interrotta, proteso nello spazio acquista una nuova vita ed emana energie rinnovate in una atmosfera ieratica e rituale. La predilezione è, dunque, ben chiara, per due ragioni: la prima è dovuta alla pienezza e tensione che il travertino comunica all’opera, attraverso quella sorta di vero e proprio spolpamento che rintraccia in se stesso le sue leggi, più che alla qualità intrinseca della materia, e nella rottura il metodo di una morfologia plastica, il luogo del mistero, l’improvvisa e ripetuta meraviglia nel trovarsi qualcosa di nuovo sotto gli occhi, senza averla mai pensata prima; la seconda è che il travertino è lì, da sempre, non solo per la cava a disposizione ma perché soggiace, meglio di qualsiasi altro sostrato, agli impulsi della mano e degli attrezzi che lo modellano, tanto da rendere i volumi partecipi della stessa forza generatrice della roccia sedimentaria calcarea, nella loro densità o più spesso per suggerirli quando il blocco si fa lamina appena piegata in spontanee variazioni di incidenze luminose.

Spesso, in questi anni, il disegno ha anticipato i concetti visivi, col desiderio e il bisogno di semplificare o purificare la composizione, di palesare una gran massa col minimo di sostanza, la ricerca di un punto di vista frontale, il motivo della parete, l’emozione sensuale che mai abbandona il dato tecnico, da sempre alla base dello stile, figurativo e barbarico al tempo stesso, affondato con le sue radici in lontane tradizioni, anche quando il vento che soffia tra le sculture, appena toccate dal colore di fili che intersecano le ferite quasi dovessero tenere uniti gli schemi mentali che hanno sorretto il dato plastico (cfr. Separè, 2015), annuncia un costante equilibrio tra intelletti e senso, ragione e istinto, e quella sintesi scultura-architettura tutta ritmi e forme originali, volumi e piani intrecciati tra loro, intagli leggerissimi e rilievi prepotenti, linee e motivi geometrici di una irrinunciabile sensibilità contemplativa e di una solenne monumentalità. L’idea prende forma e si sviluppa nel corso del lavoro, nel momento stesso in cui intaglia la pietra, con una consequenzialità che si trasmette di opere in opera e persiste nel conservare uno straordinario vigore, dovuto sia alla semplicità delle linee che alla chiarezza con cui palesano la loro struttura interna. Invano cercheresti, in tutto questo, il minimo dettaglio naturalistico, la visualizzazione di un’eco di quanto accade in natura, anche quando le superfici scavate e sfuggenti, le tracce dei pori come di una parte viva della materia, l’accettazione di qualità accidentali, del colore appena accennato, di venature, asperità e crepe, sono lì, a testimoniare idee derivate da forme del mondo vegetale e minerale, della costante suggestione di opere nate all’aperto e che all’aperto vogliono ritornare perché l’aria e la luce possano liberamente circolarvi.

Infatti, protese nell’aria, in una fragorosa lacerazione dello spazio, le forme con lo spazio si compongono o si amalgamano, suggerendo leggerezza e slancio pur nella loro consistenza plastica dagli scarni profili, e frontalmente allestiscono una rigorosa simmetria mentre girandoci attorno si animano dell’incessante divenire cui tendono. Giuliani è attratto dal problema del contenuto e dalla necessità avuta nel processo creativo. Infatti, si muove intorno alla strutturazione dei piani quasi il travertino fosse un foglio di carta da animare con impressioni a secco, introduce le proporzioni come elementi espressivi, anima il ruolo compositivo sollecitato dal gioco della luce e dell’ombra e dal contrappunto di vuoti e pieni, sfrutta tutta l’energia in potenza del blocco di pietra senza timore alcuno delle allusioni antropomorfiche che questa restituisce, soprattutto quando la scultura si erge come pura concrezione calcarea che l’intervento manuale, simile all’erosione del vento e dell’acqua, sembra aver liberato dalla ganga che l’imprigionava. Eppure, Giuliano non descrive, illustra o narra. La scultura è l’espressione di uno schema mentale, di un’idea tradotta in simbolo lirico: un principio assoluto reso visibile. Il blocco compatto di travertino, articolato e animato da fenditure rapide, rotture improvvise,  tagli verticali e obliqui, si riduce a forme elementari e geometriche per una vasta estensione simbolica che, se riferita agli aspetti della natura, è da intendere in senso liturgico.

Né si può escludere un richiamo alla filosofia zen, quasi le forme siano state poi allontanate dalla matrice per un eterno e irreparabile distacco. Da Oiram a Cuore (2007) e alla serie di Mattezzina (2007-2013), dall’Annunciazione (2008) al Fonte battesimale della chiesa di San Pietro Martire di Ascoli Piceno (2008-2009) e a L’Angelo (2009) dei Musei Vaticani, da Monte II (2010), che mima un pezzo di montagna, a Nicchia (2011-2012), che questa montagna fa diventare parete lacerata, a Caravaggio (2012), che la montagna stende come una conchiglia aperta alla luce, alle tre bandiere (2008-2011) avvolte in se stesse, figure-architetture immaginarie ridotte alla loro struttura essenziale, libere da ogni elemento accessorio, intimamente compenetrate, di una remota e arcaica semplicità, in modo che l’impressione dello spazio vuoto e quella dei volumi che riempiono lo spazio siano equivalenti, il movimento non è più determinato dalla spinta internama dalla modulazione dei profili, dalla sovrapposizione, tale da ottenere un ritmo lento costantemente rinnovato dall’aria e dalla luce circostante, non dissimile dalla Donna che nuota sott’acqua di Arturo Martini. Le forme, ormai pura emozione generata dall’animazione interiore e da un grande potere di espressione poetica, si intrecciano senza perdersi, i contorni precisi e lineari, nel loro rapporto con lo spazio, disegnano ritmi impeccabili e recuperano una umanità e una vitalità che lega i residui arcaici e l’originale magia alla visione moderna del mondo.