Fabrizio D’Amico

Di soste viviamo; non turbi profondo
cercare, ma scorran le vene,
da quattro punti di mondo
la vita in figure mi viene.
Lucio Piccolo

La memoria di Piccolo m’è tornata non so perché adesso, pensando all’opera di Giuliani. Forse perché Piccolo è così durevolmente avvinto alla terra, ai suoi profumi e resistenze, al suo dolce malessere: come lo è Giuliano; o come m’è sempre parso che lo sia. Lento, testardo, paziente nella sua ricerca, come la materia che s’è scelto gli impone. Al termine della quale, c’è ogni volta una scoperta inattesa, una figura che era dentro e sguscia fuori, che viene da chissà dove. Che sgorga senza la facilità che Piccolo ha sperato per sé, ma con analoga certezza. Adesso, ripenso a qualche opera di Giuliani, di fronte alla quale ho provato, intera negli anni ormai lunghi che è durata la nostra solidarietà l’emozione che si prova di fronte alla bellezza. Per prima, una di quelle opere, di semplice concetto, di quasi elementare disegno, che egli ha chiamato Mattezzine: forse aderendo a un vezzo dialettale, quasi ad un lessico familiare, che infiorava, addomesticandolo, il termine di matteria, strampalatezza.

Sono fogli di pietra, animati appena da un breve gonfiore, come se accogliessero un alito o un soffio, sulla pelle leggera. Talvolta a coppie, si ripiegano allora uno sopra all’altro, uno accanto all’altro, in un chiudersi reciproco, quasi si stringessero in un abbraccio. Inchinandosi, scambiandosi il ruolo: io reggo te che mi reggi a tua volta. S’alzano appena sul piano, quei fogli scempi o appaiati, come increduli di esistere. Stanno infine certissimi, facendo vela al vento, resistendogli. Per metà levigati, per metà corruschi: così che la luce fa su di essi un doppio gioco qui scivola via, veloce; qui si rapprende, indugia, crepita.
Pietre sono, e tuttavia paiono fiati, sussurri. Scavate, come è sempre in Giuliani, nel travertino, di cui racchiudono le cavità, le falle, le improvvise rivelazioni; gli stupori e le memorie. Ha detto una volta che “il travertino è la pietra che Dio preferisce, pieno di vita, di pori, di anime”; e che cerca nel suo corpo un “suggerimento, fatto di disegni e impasti di segni”. Ed è la sorpresa possibile di trovare un vuoto, di imbattersi, mentre fa esile quella sua pietra, in una piccola voragine, a fomentare di mistero queste immagini elementari, a renderle come fantasmi, sindoni d’una presenza che sale nel corpo della materia, e lì si nasconde allo sguardo, come in attesa d’essere svelata.

E ancora: guardo il Senza titolo che Giuliani ha lasciato in un pertugio di una fortezza di Cagli, messa da Francesco di Giorgio Martini a guardia del paese marchigiano, ed oggi sede d’una rara collezione civica di scultura contemporanea. È un velo sottile di travertino che si stende nella cavità profonda del muro della Torre, sino ad una angusta finestra. Dalla quale procede lenta la luce, riverberata in ombre fluttuanti dalle pieghe del calcare; mentre un altro, più nascosto punto di luce genera, sotto il manto disteso del travertino, un luogo protetto, quasi un grembo di segreta nascenza, umido e come riparato dallo sguardo. La curva di pietra si incunea in quel pertugio; e si svincola nello spazio raccolto che l’ospita. Tornano, nell’opera di Cagli, alcuni gesti essenziali che Giuliani compie sul blocco di calcare: l’assottigliamento, imposto sino a ridurre la pietra ad un foglio sottile, del quale s’accettano e si esaltano le lacune: qui sanate dal gesso o dalla resina, con gesto riparatore; là invece lasciate in vista. Mentre la luce – tenue, e come affiorante da un amnio – balugina appena attraverso di esse. E ancora, torna quel flettere la lastra in andamenti sinuosi, quasi danzanti: sottraendoli alla stentorea perentorietà della figura geometrica (di cui Giuliani ha spavento: tanto che quasi escluso dalla sua plastica è l’angolo retto), e donando loro un ritmo, capace di dar slancio alla forma oltre i confini materiali dell’opera.

L’opera di Cagli – straordinaria, come molte delle più recenti e sinora inedite sculture da lui oggi proposte – testimonia così anche della duplice tensione di Giuliani a creare, nella sua scultura, due “luoghi” diversi, e che pur infine non si contraddicono l’un l’altro: l’uno espanso e inteso a catturare, nel ritmo che si dà, uno spazio ulteriore rispetto a quello concretamente occupato dalla corsa flessuosa del marmo; l’altro raccolto e in sé conchiuso, volto a generare uno spazio interno, quasi una dimora distante e riparata dal clamore del mondo. È, questo, il luogo del nascondimento, “del vuoto e del silenzio”; un luogo raccolto e chiuso in sé, fino a farsi anfratto, ricetto. Un luogo ove abita l’ombra, percossa appena dalle brevi lame di luce che vi penetrano dalle ferite impresse sulla pietra; e con essa, forse, il mistero.

Una terza sua opera, in parte diversa (e rispetto alle Mattezzine e al Senza titolo di Cagli più recente), segna un’altra tappa importante nel lavoro di Giuliani: ed è il Fonte battesimale della chiesa di San Pietro Martire ad Ascoli Piceno. Credo che essa possa dirsi uno dei rari capolavori della scultura sacra contemporanea. In essa Giuliani dimostra in prima istanza il talento di piegare la sua ricerca alla natura del luogo ove l’opera si disporrà (ma “in certi luoghi è facile che appaia un Dio”, ha detto una volta a Carlo Lorenzetti) e del significato simbolico che essa dovrà assumere. Una grande vasca si alza nell’ambiente: è ammonimento, e insieme è accoglienza: grembo, ancora una volta. Le sue dimensioni, imperfettamente circolari, la uniscono senza sforzo apparente alle linee antiche, spoglie e forti, dell’architettura che la circonda. E nella spazialità che la Fonte determina quelle linee sembrano ripercuotersi, diverse e ancora amplificate.
Il piano più elevato che la margina, infinite volte ferito dall’erosione cui il blocco di pietra è stato sottoposto, alla ricerca della leggerezza cui ambisce tutta la scultura di Giuliani, è qui e là integrato dalla resina, stesa a sanare le fratture più evidenti; e, sommosso in onde continue, quel piano oscilla dolcemente, quasi volesse prendere un volo. Laggiù, nella cavità del blocco eroso, oltre quella superficie ondulata ove sarà raccolta l’acqua, si apre una caverna d’ombra, che lo sguardo non può che imperfettamente sondare, ma di cui – misteriosamente – sa ascoltare l’eco: in un dialogo silenzioso fra “un’immanenza” e un “oltre” di cui, come ha detto una volta, Giuliani ha inteso nutrire la sua scultura. Tutto, infine, ha in questa Fonte la semplicità, la purezza, il respiro d’assoluto che è da sempre appartenuto alla migliore scultura di Giuliani. Da quando, in un tempo ormai lontano, immaginava una sua Vela rigonfia d’aria e di vento a quando, dieci anni dopo, piegava appena un suo grande foglio di pietra con una curvatura leggera: quasi fosse, quel foglio, la pagina di un libro (Parabola, 2000). “Fermarsi un attimo e guardare di lato… Vorrei una scultura timida e umile”, ha scritto. Ma poi anche, all’opposto, si è aperto al sogno: “Scavare la pietra, possederla, dominarla è cercare e trovare Dio”. Nella lunga corsa del pendolo fra queste ineffabili distanze sta l’animo di Giuliani. Da un canto il segnare con poco, il cercare l’interno, il perseguire l’ombra nel cuore delle cose: ripensando, anche, al poco che concesse al sogno avventuroso, poco lontano dalla sua cava di travertino di Colle San Marco, un pittore da lui tanto amato come Osvaldo Licini (che ammonì: “segni, e non sogni”). Dall’altro, con eguale speranza, il più arduo, il più sconfinato dei sogni.