Sono trascorsi parecchi giorni dalla visita che ho compiuto alla mostra di Giuliano Giuliani ad Ascoli Piceno e ritornano con insistenza alla mia mente le immagini di quelle sue raffinate sculture ricavate dai blocchi di travertino estratti dal pendio della collina accanto alla sua casa.
Sono immagini di figure sconosciute semplici e naturali, reperti di natura segnati dal lavoro dell’artista che ora si connotano come icone destinate a durare nel tempo.

 La mostra dentro il Forte Malatesta si avvale del sapiente allestimento di Graziano Gregori che realizza una forte sinergia fra l’eleganza naturale delle opere esposte e la potenza dell’architettura disegnata dentro quelle mura.

Le sculture si presentano all’osservatore come lastre ondulate di pietra ripiegate su stesse, vere e proprie ossa della terra che nella configurazione delle superfici evidenziano la materia attraverso tagli e perforazioni là dove la pietra si assottiglia fino a scomparire creando luci ed ombre che sottolineano il disegno plastico dell’insieme. Nella mostra, le sculture, come personaggi nel mezzo di una scena, si offrono adagiate su semplici piani inclinati o talvolta unicamente appoggiate alle pareti - fragili  figure racchiuse dentro sottili spessori – in modo che viene ad accentuarsi la loro precarietà: creature incerte appena estratte dai blocchi della terra.

Affascinante appare il dialogo fra queste presenze e le strutture “tettoniche” del Forte Malatesta in un contrasto di opere astratte e geometrie costruttive  con  un’unica matrice geologica.

Dentro questo contesto si realizza una intima complementarietà fra il severo rigore delle architetture e le sensuali superfici delle sculture con un continuo dialogo di dare-avere reciproco fra i diversi registri espressivi.

Le opere di Giuliani richiamano un atteggiamento colto e raffinato – all’interno della materia – con un sapere artigiano millenario che ritroviamo d’altronde  anche negli spazi severi dell’architettura.

Sorprende come nell’essenzialità della comunicazione che viene a stabilirsi fra le opere e il visitatore risultino del tutto superflui elementi di mediazione quali supporti o piedestalli: le sculture si offrono come reperti o corpi autonomi a tutto tondo, presenze appena risorte dalla terra che emanano nuova vita e nuova luce dalle loro ondulate superfici.

Dentro il labirinto delle stanze che sono organizzate su più piani espositivi, l’osservatore cammina lungo il  percorso alla continua scoperta delle opere che ritrova, ora sul fondo di uno spazio, ora incastonate nell’angolo di una cella, ora al centro di una sala dove il richiamo della luce teatrale proiettata evidenzia ombre e rilievi.

E’ questo un messaggio che indaga le profondità della terra, offre nuove emozioni maturate dentro la cultura e la sensibilità artistica propria del nostro tempo ma nel contempo ci permette di rivivere sentimenti ancestrali.

Dentro il grembo della terra-madre ci è offerto di indagare e riscoprire tracce che appartengono ad una storia primordiale che ora possiamo vivere attraverso il linguaggio dell’artista come configurazione del nostro tempo.

Nelle opere di Giuliani ritroviamo una memoria assopita che attraverso queste nuove immagini ci interroga silenziosa e discreta sulle ragioni sconosciute del nostro essere.

Mario Botta
Agosto 2014