Fabrizio D'Amico

Qualche tempo fa mi sembrava di poter riconoscere il 'luogo' più vero della scultura di Giuliano Giuliani come quello della trasparenza, della lacuna, dell'assenza; della rinuncia alla materia intesa come ingombro, come peso, come demone autoreferenziale; e della sua assunzione all'opposto ‑ come traccia, soffio, memoria: sino a sfiorare, forse, il mistero. Non avendo dimestichezza, allora, con l'opera di Giorgio Cutini. Ma oggi che il suo lavoro e quello di Giuliani vengono presentati fianco a fianco, penso di poter ripetere per Cutini, quasi identiche, molte fra quelle parole. La memoria, ad esempio, è certo un modo di percepire la realtà cui Cutini non rinuncerebbe a cuor leggero: memoria intesa non come viatico ad una generica distanza dall'oggi, ma come dilatazione del tempo in cui la realtà si fa presente allo sguardo, come attimo che prolunga la percezione del reale, che rende leggibile la traccia che un evento ha impresso nella nostra esistenza.

Attraverso quell'impronta ‑ come Toti Scialoja ha insegnato, rovesciando l'attimalità dell'action painting in bergsoniana durata ‑ la realtà, o meglio "evento' di Heidegger, giunge a scavare nella nostra coscienza, e parimenti nel mondo, più profondamente che non faccia una mimesi tautologica e flagrante. La fotografia di Cutini, rinunciando dunque alla mimesi immediata dell'esistente, ha inteso cogliere quella durata ulteriore che si nasconde dietro la specchiante ‑ e talvolta illusoria ‑ evidenza della realtà, e che ne prolunga l'eco, trasfigurata, in un tempo più lento e segreto. Così il suo parteggiare per una fotografia "svicolata dagli obblighi del percorso della rappresentazione figurativa", si pone però 'accanto' alla vita, anzi come "grido di risoluzione alla vita", a quell'intero indistricato d'esistente e di pensiero (ovvero, come egli scrive, a quell'entità indivisa fatta assieme di "emozione ed intelletto") che costituisce il grembo e il destino dell'uomo. Parimenti Giuliani ha, nel suo lavoro ormai più che trentennale, cercato nel nascondimento e nel segreto del suo materiale d'elezione, il travertino, la sua realtà. Celata nelle lacune, nelle erosioni, nelle ferite del travertino, la sua via verso la verità Giuliani l'ha infine scoperta annidata in un luogo carico d'ombra, donde ogni orgogliosa certezza è bandita; e in cui precipita, come in una voragine rischiosa e minata dall'ansia, ogni sistematica, prefigurata certezza. E le sue figure avranno la leggerezza della danza, e l'incerto andamento dell'onda, che cerca fra le correnti la sua via. Flessuose, incerte del proprio destino, abbandonate a un loro ritmo segreto, s'aprono e s'arrestano in anse e viluppi, in nodi ed inchini, in ripiegamenti e nuovi slanci. Toccate entrambe da una malinconia che non è semplice 'fuori fuoco' dell'esistente, ma attitudine veramente neoclassica, e consapevolezza di un bene irrimediabilmente lontano, le opere di Giuliani e di Cutini mi appaiono ‑ oggi almeno che sono rappresentate fianco a fianco ‑ testimoni gemelle di un'aderenza alla vita oltre le forme che le riconosciamo quotidianamente; testimoni, invece, di quanto nascostamente giace nel solco più profondo della realtà.