Paola Bonani

Quadro scultura è il titolo che Giuliano Giuliani ha dato a una piccola serie di lavori recenti. Un titolo che svela la natura ambigua di quello spazio, altrimenti indefinibile, da cui la sua vocazione di scultore ha tratto costante alimento: uno spazio in cui ha origine quella tensione propria di tutta la sua opera, che nasce dalla pietra, grave e pesante, e si fa immagine, lieve e incorporea. Nei Quadri sculture, tutti datati al 2010, il travertino che Giuliani estrae dalla cava di famiglia a Colle San Marco, sopra ad Ascoli Piceno, è trasformato dali lungo e paziente lavoro dell'artista in un foglio sottile, di pochi centimetri di spessore, dal perimetro imperfettamente rettangolare. Fogli di pietra appesi alla parete, come appunto dei quadri.

Le piccole fessure, le cadute della materia che qua e là compaiono su queste superfici, talvolta involontarie conseguenze del lavoro di scavo, altre volte sottolineature volute di un'imperfezione, ci rivelano la vera natura della materia di cui sono fatte queste opere, conducendo il nostro sguardo dalla superficie, levigata e uniformemente percorsa dalla luce, alle tre dimensioni dello spazio che la circonda: in quei punti lacerati riusciamo a percepire il corpo concreto della scultura, l'ingombro vero della materia, che si riflette nell'ombra nera sul muro retrostante. Elementi di segno opposto compaiono in alcune opere che l'artista realizza l'anno dopo, come Tre fusi, Aghi e Quattro colli. Anche questi lavori consistono in sottili lamine di pietra ancorate alla parete.

Ma sulla loro superficie si alzano tre o quattro sporgenze, che ricordano le lievi estroflessioni dei Gobbi di Alberto Burri, dove la tela del quadro si protende lievemente nelle tre dimensioni attraverso la pressione esercitata sul retro del telaio dal ramo di un albero. L'andamento ritmato di questi rilievi richiama inoltre alla memoria il succedersi cadenzato dei tagli delle Attese di Lucio Fontana. Suggestioni significative verso due artisti che, in maniera diversa, hanno fondato molta parte del loro lavoro sulla forzatura dei limiti spaziali e materiali della pittura. Allo stesso modo, sin dai suoi esordi, Giuliani lavora accanitamente a sondare e superare i limiti tradizionalmente imposti alla scultura, tenendosi al tempo stesso distante dalla magniloquenza legata al suo ingombro materiale, come dall'enfasi della rappresentazione. Alla fine del lungo percorso che da anni lo vede impegnato in un serrato confronto con la materia, nel costante tentativo di piegare le asperità della pietra alle proprie idee, in questo gruppo di lavori realizzati tra il 2010 ei 2011, Giuliani è giunto ad un passo dai ridurre la scultura al suo opposto,il piano bidimensionale, senza spessore, senza ombra.

Ma questa riduzione non è mai totale ed è subito sconfessata dallo stesso intervento dell'artista che l'ha così tenacemente ricercata: tutte queste superfici, mai completamente uniformi e regolari, si animano proprio nel rapporto che istituiscono con lo spazio che le circonda, attraverso i buchi, le lacerazioni, le cadute di materia e le sporgenze che ne contrappuntano i piani. E così altrove più decisamente si curvano, come pagine di carta arrotolata, e si piegano, come stoffa delicatamente flessa in due, nelle forme di opere quali i Doni del 2010 e le Bandiere del 2011. In queste opere la pietra, scavata fino a ridursi a tessuto, pellicola, pelle, torna ad accogliere dentro di sé lo spazio. Torna più apertamente a dichiarare la sua identità di scultura, di involucro, di grembo, e forse di grotta, quel luogo da cui tenacemente l'azione dell'uomo all'origine l'ha strappata. Giuliani sembra aver raggiunto in questi lavori una maggiore essenzialità d'immagine, un grado maggiore di astrazione. Nella loro semplicità questi fogli tradiscono l'alto grado di consapevolezza dei propri mezzi e delle caratteristiche connaturate alla pietra che Giuliani ha conquistato in trent'anni di lavoro. L'artista sembra aver raggiunto una tale conoscenza tecnica e abilità manuale da non avere più bisogno di concepire immagini complesse per esprimersi.

La chiarezza mentale del percorso da compiere si traduce nell'evidenza del concetto espresso: i gesti si affinano, le immagini si semplificano. E tuttavia mai si staccano completamente dalla realtà, lì ricondotte dalla forza evocativa dei titoli che l'artista gli attribuisce, in cui si percepisce sempre un'eco lontana del mondo da cui provengono e di cui fanno parte. In questi lavori recenti anche la relazione con lo spazio appare più discreta, meno apertamente dichiarata rispetto alle opere che Giuliani ha realizzato tra la fine degli anni novanta e la prima metà del decennio successivo, come I fiori di K. Blossfeldt (1996), Gilberto ed Elmo (1997), E’ risorto ‑ Spirali (2004‑2006) o Grande Gennaio (2005-2006). Per il loro legame con la parete a cui si appoggiano richiamano invece alla memoria alcuni dei suoi primi lavori pienamente maturi, come La vela, L'Africa, L'ameba o Lo scudo. Un gruppo di sculture tutte del 1991, tutte in travertino, alcune con inserti di gesso, in cui l'artista ha messo a punto per la prima volta la sua particolare tecnica di lavorazione della pietra, che resterà, come il materiale, una costante di tutta la sua ricerca.

Una volta estratto il blocco dalla parete della cava, Giuliani ne scolpisce una superficie e su di essa trasferisce l'immagine della scultura così come s'è configurata nella sua mente. In seguito, invece di chiudere la forma in un volume, con un lungo e faticoso lavoro, scava il retro di questa stessa immagine fino a ridurre il blocco a una pellicola di pochi millimetri di spessore, fino a negarne la stessa natura di pietra, il suo peso, la sua resistenza. «Ossessivo, paziente è il processo di smaterializzazione, di scavo, di svuotamento con cui egli trasforma il blocco compatto e duro in una lamina sottile dagli andamenti modulari. L'inquietudine del fare si placa nel raggiungimento della trasparenza luminosa di un foglio di pietra, liberamente modellato» ha scritto, parlando delle sue opere, Carlo Lorenzetti. Il travertino è così trasformato in una membrana, attraverso le cui fessure passano aria e luce. Alla fine degli anni novanta, la pietra così svuotata, smaterializzata, abbandona il sostegno della parete in due nuove sculture che Giuliani realizza nel 1997, Ostia e Gilberto ed Elmo. Queste opere precisano ulteriormente due prospettive della sua ricerca. La prima risponde apertamente all'intenzione, più volte dichiarata dall'artista, di donare ai suoi lavori un significato che li trascenda.

Come già era accaduto con Il tempio (1990‑91), con L'ambone (1994‑96), e come avverrà con la Montagna cattedrale (1998), con la Porta (2000) e più di recente con L'Angelo (2009), Ostia attraverso l'evocazione di un simbolo richiama la celebrazione del rito, ossia di quel momento unico in cui la dimensione umana cerca di superare se stessa ed entrare in comunicazione con il soprannaturale e il divino. Le tracce di questa tensione sono impresse da Giuliani nella materia stessa, nel suo mutamento di stato, nell'alchemica trasformazione della pietra in una superficie permeabile alla luce e all'aria, nell'eliminazione delle scorie alla ricerca dell'anima virtuosa della pietra. "Se non posseggo il naturale ha scritto Giuliani - non posseggo, né trovo il sovrannaturale". Con Gilberto ed Elmo, invece, la sua scultura instaura un più deciso rapporto con lo spazio in cui è inserita, così come avverrà anche in Senza titolo (2001), realizzata per il Museo di Scultura Contemporanea della Torre Martiniana di Cagli, o nella più recente E’ risorto ‑ Spirali (2004‑2006). In queste opere la lastra di travertino si avviluppa in andamenti sinuosi, le sue volute circuiscono lo spazio esterno e lo muovono attraverso una più serrata alternanza tra zone di luce e punti di ombra. La pietra di Giuliani, faticosamente liberata dal suo ingombro e dal suo peso, si stende nello spazio, lo cattura e lo muove, dando a chi l'osserva una percezione nuova del luogo in cui la scultura è inserita. Due prospettive, due vie, due dimensioni, quella feconda ambiguità di cui abbiamo detto all'inizio, che ancora oggi alimenta il suo lavoro, che tiene le sue immagini sospese tra la realtà e l'astrazione, tra la materialità e la leggerezza, tra il buio e la luce, fra epifania e mistero. Quella doppia via che, a immagine del nostro essere nel mondo, passa dai lievi e lucidi rigonfiamenti di Falsopiano (20111 e Veste (2011), agli articolati ripiegamenti della Nicchia (2011). Sono infatti ancora due le parti che compongono il corpo di quest'opera, una delle ultime realizzate dall'artista: permeabile all'aria e alla luce, fragile e leggera la parte in alto, chiusa, nascosta, invisibile allo sguardo e ancorata al terreno quella in basso