Alessandra Morelli

Per i nostri padri, una "casa", una "fontana", una torre a loro familiare, un abito posseduto, il loro mantello, erano qualcosa di infinitamente di più che per noi, di infinitamente più intimo; quasi ogni cosa era un recipiente, in cui rintracciavano e conservavano l'umano. [R.M. Rilke, Lettera a W'. von Hulevicz, 1925]

Sul tavolo ci sono poche righe. Una pagina sfogliata, riscritta a matita, che legge ad alta voce, seguendo le lettere con le mani e con qualcosa che si avvicina molto ad una dolorosa dolcezza. Sembra dire, lo scultore, che le parole del poeta, quelle parole, gli sono così vicine da riuscire quasi a nominare il prodigio della sua spinta interiore. Il poeta canta l'umiltà di saper salvare l’aura familiare delle cose visibili e vicine.

Lo scultore vivifica l'etica del gesto quotidiano che scava, nella pietra bianca, i percorsi di un santuario dischiuso e larico.
Il poeta stringe a sé il calore di una profezia continua e leggibile nel reale.
Lo scultore legge, nei cammini della materia, storie di archetipi, depositi d'acqua ed aghi di pino, che parlano, in trasparenza, del tempo sempre riconoscibile di fioriture e crolli. Il poeta salva la silenziosa corrispondenza degli oggetti che stringe in mano. Lo scultore, strumento cieco e puro, ritrova, nella roccia che abbraccia, la ragione del suo viatico esistenziale, del suo parlare sincopato all'interno di un racconto alla ricerca di una antropofagia genuina, in cui l'essere terreno abbracci, al contempo, il visibile e l'invisibile. Sembrano, le opere di Giuliani, stanze in attesa.

Quadri verticali ed immobili che covano molli consistenze di grano, solchi ritmici e rastremati, che si allungano, dal basso, come frutti arborei. Doni di carta accoccolata o distese piane. Scatole sottili di cartilagine. Muri, talvolta. Sono il luogo di un tempo articolato e struggente, di andate e di ritorni, in cui il corpo dell'uomo e l'organismo del paesaggio si accordano, risuonando all'interno di un canto in equilibrio tra vuoto e pieno, tra l'esigenza di "fare spazio" e quella di "trovare spazio" ai ricordi dimenticati, alla mancanza, alla perdita, soprattutto, perché tali rivelazioni, ricomposte nei tratti del disegno intellettuale, tornino come "sangue nuovo", sublimato nel bianco epidermico di una materia rarefatta e spolpata, tradotta in una tensione plastica sottile, levigata e porosa, aperta, oppure accartocciata e franta, spinta, in certi casi, ai confini dello spessore molecolare e della definitiva rottura. Il dolore stesso, condizione sommamente creativa, sembra essere educato e nobilitato dalle fibre di una leggerezza strutturale raffinata, che, se, in apparenza, può essere ricondotta ad un tentativo estetico di distanza stellare, rinuncia alla consistenza e fiducioso ordine spirituale, dunque ad una sorta di candido ascetismo, nel suo lato oscuro, negli angoli implosi e mai toccati dalla luce, conserva, tuttavia, la densità terrena di un'opposizione calata nella Storia, la voce tormentata ed irregolare di una precarietà della forma, messa in costante discussione dal limite stesso di non saper vedere al di là del visibile, l'abisso tra noi e Dio è pieno del buio di Dio.

Così, l'educazione corporale genera educazione sentimentale. Mettendosi in ascolto di un racconto già scritto nella filigrana della materia, lo scultore, "cosa tra le cose", matura il tempo della sua rigenerazione, attraversando, come seme nudo, la perdita di una parte di sé, non rifiuta il destino, ma anzi, lavorando, lo accetta nel suo divenire pietra che è il divenire dell'artista stesso pietra e l'acquisizione di eternità da parte del soggetto. Nell'essenziale, tocca, in punta di dita,iI presentimento di una qualche Verità, nel suo "marcire", il senso di un vivere nel Tutto, che unisce il linguaggio silenzioso degli uomini e quello degli animali, delle rose, degli alberi di ciliegio. Una magnifica solitudine.Quell'andare con se stessi, che, solo, genera la Bellezza dell'inatteso, verrà il giorno in cui la mia mano sarà lontana da me, e quando le ordinerà di scrivere, scriverà parole che non volevo. Spunterà il tempo della spiegazione altra, e non resterà più una parola sull'altra, e ogni senso si dissolverà come le nuvole e ricadrà come acqua.