Angelo Ferracuti

Giuliano Giuliani, mi è apparso semplicemente dove è nato artisticamente: la vecchia cava del padre su a Colle San Marco, la prima in assoluto nata nel 1952 in un luogo che sa di combattimenti partigiani, di eremi solitari e luminoso travertino ascolano. Solare e con una abbronzatura da uomo di fatica, simile a quella dei manovali, l’ho raggiunto nel suo laboratorio all’aperto, dove sagoma, scava, modella con gli scalpelli infaticabile nei mesi buoni, e dove pensa di costruire un museo e una bottega per giovani scultori.

Il contesto è una sedimentazione di rocce che parte dal Colle Giammatura e arriva fino a Castel Trosino, della stessa sorgente naturale, superiore a Tivoli, ad Acquasanta, per grandezza e qualità. “È un travertino molto compatto”, dice orgoglioso, “poco poroso, difficile da lavorare, ma quando è lucidato è uno specchio”. Mi fa vedere una scultura, uno degli ultimi lavori, che rischia di rompersi per la sua fragilità. Sembra una mantide religiosa, non si sa come riesce a tenersi in piedi. Mi dice Giuliano che lui trova molto poetico questo fatto. A volte le lascia persino rompersi le sculture. “Deve esserci un avvenimento esterno, non basto io”, mi spiega. “Questa si è già frantumata una volta per via del vento che l’ha buttata giù. L’ho ricomposta, incollandola. Però non mi piace, penso di tagliarla a metà. Quando si rompe poi risorge. Assume una forma nuova”. È come se dopo questi miracoli all’incontrario trovasse se stessa e nuova natura, suggerisco. Non e frustrante la rottura alla fine di un lungo e faticoso lavoro? “La cosa più interessante è, forse, l’inutilità” dice sorridendo. La pietra viva, d’altronde è presenza secolare della mistica. Il bianco, la luce, l’assoluto, qualcosa di molto terreno e d’eterno che si rinnova sempre. La roccia, la montagna, la vetta. Mi metto a pensare mentre parla. Lui parte sempre da un blocco intero e poi piano piano lo svuota con lo stesso lavoro fisico degli operai di suo padre che qui osservava rapito da ragazzo quando rubava il mestiere. Mi fa vedere anche un altare che ha realizzato per una chiesa di Jesi, interamente svuotato a mano con tagli di mola e mazzuolo, graffioni, vecchi arnesi di una volta. C’e un’antica ossessione che lo muove. Gli chiedo come mai è attratto da queste forme scheletriche, fragili, dove la materia diventa quasi eterea, spirituale, e lui mi parla di liberazione della massa. “Alla fine rimane come una pelle” esterna divertito. Ed è vero. A toccarlo l’altare, a batterlo con le mani, emette un suono interno misterioso. Mi dice anche un’altra cosa, e cioè che la fragilità e la leggerezza sono ormai una tendenza di alcuni scultori di adesso. “La fragilità è più attuale” racconta. “La scultura deve essere se stessa, deve essere viva, bisogna fare qualcosa di nuovo”.
Nella casa vicino alla cava, dove gli fanno compagnia due grandi cani bianchi, mansueti come pochi, mi mostra una specie di museo privato. C’è il presepe costruito per le chiese rupestri di Matera, una scultura che ricorda le forme ellittiche di Escher e molti altri lavori che però fanno parte del passato. Mi fa vedere anche una scultura talmente sottile che è tornata di recente da una mostra tenutasi a Roma tutta frantumata. Una lastra levigatissima d’un bianco splendente che chiede di essere toccata per quanto la superficie attrae i sensi nella concretezza tattile della mano. Mentre mi mostra i lavori, spiega che è fondamentale la presenza del sacro nella sua ricerca, “la stessa pietra contiene la sacralità”. È una cosa che parte da una sua ricerca spirituale nata sin dall’infanzia. “Sono le risposte fondamentali della vita: o l’arte o la fede.  All’inizio ho provato con la fede. Mi sono chiesto più volte se non conviene occuparsi più del sacro che dell’arte, giacche all’arte manca la resurrezione”. La cosa più bella è la camminata che facciamo negli intrichi di alberi. Lui avanti, perfettamente a proprio agio nel suo mondo naturale di roccia e foresta, alla ricerca dei luoghi dove si perdeva randagio da ragazzo. Qui ci sono quelli che lui chiama “trovanti”, e cioè pietre che si sono staccate dalla parete in caduta libera. Tutta Ascoli Piceno è stata costruita con questo travertino e sempre qui ci sono diversi posti una volta abitati dagli eremiti. Uno era di un nobile ascolano, un seguace di San Francesco d’Assisi, Corrado Miliani, studioso che ha insegnato poi anche alla Sorbona di Parigi. Scendiamo a picco lungo un sentiero tortuoso e ci ritroviamo in una boscaglia, avanziamo in un sentiero che Giuliani conosce alla perfezione fin quando non arriviamo in alto in una piccola grotta scolpita da questo monaco nella pietra viva, vicino ad un monte chiamato Dito del Diavolo, dove pare che nell’antichità si svolgessero dei riti pagani.
“Qui ho assaporato il medioevo”, dice lui che veniva qua e si sentiva nel cuore della roccia. “La roccia contiene un dio, contiene uno spirito. Stai davvero da solo con te stesso. C’è un assoluto silenzio e distacco dall’esterno. L’invisibile non è solo nello spazio, nella luce, ma anche nella massa”. Intorno ci sono diversi eremi. Noi arriviamo a piedi in quello di San Marco dove la gente una volta veniva in processione. È un posto magico scolpito ai piedi della montagna e conficcato nella roccia, con una vista che guarda Ascoli e il monte dell’Ascensione. Al ritorno mi fermo a casa sua a mangiare. Ci sono i ravioli confezionati dalla vecchia mamma, e naturalmente le olive ripiene. Tutto innaffiato con dell’ottimo prosecco regalo di un amico scultore del Veneto. Prima di andarmene mi fa vedere un’opera che sta lavorando per la tomba di un amico scalatore che è morto. Sotto c’e un masso di roccia lavorato con lo scalpello e in cima svetta una croce verso il cielo. Lo conosceva, si era spostato a Genova. “C’e sempre uno scalare per ognuno di noi per raggiungere una meta e quella meta invece è una croce”, dice sconsolato Giuliano Giuliani pensando ad un altro amico morto in cordata. Una delle croci di una precedente scultura s’è rotta, me la dona e adesso è la mia, posso portarmela davvero a casa. Servirà per sempre a ricordarmi di averne una. Ad ogni modo, guardando le opere in mostra, vorrei si percepisse che dietro ogni apparenza dei quadri appesi alle pareti ci sono le mani, gli occhi, le ossessioni e i sogni di una persona come noi, e che senza questo riconoscimento perderebbero sicuramente anche parte del valore originario e della loro umanità che miracolosamente ci viene incontro.