Carlo Chenis

La “vera immagine” della resurrezione è il “sepolcro vuoto” con le bende riposte e il sudario piegato. L’astratto Giuliani si fa allora enigmaticamente ed elegantemente figurativo, pur non mutando stilemi compositivi e levità materiche. Tuttavia, le bende riposte prendono nuova vita, come le ossa inaridite della valle ezecheliana (Ez 37). Si tratta di una percezione interiore dinanzi ad un’ordinata assenza. Una percezione prodotta da una fede implicita che si sta esplicitando. Sono i due tempi della scultura del Maestro. Nel primo, attraverso la benda orizzontale compostamente spiraliforme, si iconizza la meditazione del Sabato Santo nel buio del sepolcro. Nel secondo, attraverso la benda verticale prodigiosamente ascensionale, si mostra la contemplazione della domenica pasquale nella luce della resurrezione.

Due sculture, totemiche e simboliche, laddove il livello orizzontale non nega quello verticale, ma lo prelude ed accompagna. Infatti, se la meditazione è riflesso dell’interiorità umana, la contemplazione è risposta all’amore divino. Dunque, trasfigura la croce, il cui braccio orizzontale abbraccia la terra e quello verticale attrae al cielo. Perciò, una rivisitazione della gloria, così da congiungere due assenze: quella del divino nel Cristo morto, quella dell’umano nel sepolcro vuoto. Giuliani testimonia il Risorto per via di privazione, annullando i residui di morte e conservando gli enigmi della conoscenza. Come il sepolcro vuoto è preambolo alle oggettive apparizione del Cristo risorto, così le apparizioni pasquali sono visione dell’oggettiva sua presenza. L’opera del Maestro è simbolo linguistico che, in modo magrittiano, vuole, anzitutto, dire che non contiene ciò che significa, pur annunciandolo. Annuncia, infatti, ciò che è stato sperimentato dagli apostoli dopo la Pasqua. Lo fa mediante una simbolica a ritroso che si concentrata sull’essenziale: il sepolcro vuoto non per rapimento umano, ma per mistero divino.

Annuncia, altresì, ciò che deve essere professato per fede nella beatudine di credere senza vedere. Lo fa nonostante l’ingiuria di chi riduce in favola dell’uomo tale evento di Dio. Annuncia, infine, ciò che deve essere proclamato dai credenti, oportune et importune, sotto ogni cielo, in tutte le lingue. Lo fa pur sapendo che la vera comprensione delle Scritture richiede l’opera dello Spirito. Per questo l’icona di Giuliani è volutamente scarna ed essenziale. È annuncio e non presenza. È annuncio di una Presenza. È presenza che converte. È conversione che irradia. La materia scultorea si fa allora paradosso, così che la gravità del travertino si “converte” in levità del messaggio. Il significante, sebbene debolmente grave, lascia presagire il significato fortemente liberale.Quelle bende sono impregnate di resurrezione. Ancora materia, sono già luce; ancora contingenti, indicano già la trascendenza. Quelle bende sono il nostro racconto sul Risorto, che si fonda sulla testimonianza degli apostoli e sull’illuminazione dello Spirito. A mano a mano che si ordina la riflessione del credente, allora la forza del messaggio lo trascende, sospingendo l’uditore al desiderio di Dio.

Quella di Giuliano non è iconografia generica, ma predicazione cristologica. Non, dunque, una spiritualità indifferenziata che solo compensa i meccanismi psichici, ma una religiosità cristiana che, soprattutto, ostenta la dimensione pneumatica. Quella di Giuliano non è messaggio estraneo, ma testimonianza. Non, quindi, un’arte estetizzata che solo esibisce le qualità operative, ma un impegno cristiano che certamente mostra la professione religiosa. Tuttavia, la scultura verticale è meno regolare di quella orizzontale. L’ascesi a Dio rimane difficoltosa, la testimonianza di Cristo ardua. e sarà pur sempre l’ordine della coscienza e il nitore nel messaggio a permettere l’annuncio del Risorto in un mondo lacerato dal relativismo estetico, metafisico, religioso. Giuliani, dunque, come i primi cristiani, s’avvale del linguaggio della modernità per dire alla modernità ciò che essa non vuole ascoltare.