Gilberto Marconi

Giova, introducendo la riflessione su due opere create appositamente per la liturgia, sgombrare il campo dal rischio riduzionista di certa funzionalità imposta. Positivismo religioso, potremmo definirlo, che asserve l’arte alla produzione di oggetti funzionali all’azione liturgica, sottraendole lo specifico, libertà da qualsivoglia contingenza. Paradosso di una religiosità che mentre rivendica per se la vocazione alla grazia non la garantisce all’arte la quale, pure, gratuita è per statuto. L’arte di Giuliani, prima ancora di cedere alle lusinghe della committenza ecclesiastica, s’era resa familiare ai temi del sacro - Il tempio (1990-1991), Sacro cuore (1991), L’eremo (1993), Ostia (1994-1995), Ambone (1994-1996), Apocalisse (1998), Fonte battesimale (1998), Porta (2000) - connaturali all’ispirazione dell’artista e alla materia che tratta. Da siffatta ispirazione muovono le nostre opere, la prima delle quali arriva da un percorso travagliato cui i patimenti hanno acquisito la forma ultima. Era Altare (1998) già all’ottava Biennale d’arte sacra di San Gabriele (Teramo), diverso rispetto all’attuale. Allora emergeva la solidità del personaggio, pur leggero e saggio a un tempo per via di quei suoi molti percorsi.

Le geometrie delle otto linee secanti rendevano dinamico e lieve un masso di non pochi quintali. Il coperchio, ruotato rispetto all’asse della grande scatola, contribuiva a creare due volumetrie, una reale l’altra potenziale, che s’intersecavano: vuota la prima, la seconda piena. La rotazione apriva prospettiva ulteriore: altare e sepolcro; infatti la pietra superiore non chiudeva, si proponeva invece per un divenire, nuova costruzione cui era sostegno. All’interno del grande cubo c’era niente: il morto era risorto e il lenzuolo sul davanti a significarlo. Nel vuoto le impronte del sacrificio: le picconate avevano segnato la sofferenza; l’interno delle pareti conservavano ancora, nei segni tracciati dallo scalpello, l’eco delle ferite del corpo accolto. Si alludeva forse alla perenne incompiutezza degli svuotamenti nostri. Di certo quell’incavo era macolato di provvisorietà e sofferenza, restate lì a dirci il dentro esser sempre un po’ lacerato. Il lenzuolo, mosso, rompeva le geometrie perfette della costruzione all’esterno, sia nei tagli rotati al passaggio suo, sia lungo la parete cui il movimento rendeva drammatica la facciata, quasi il lenzuolo avesse trasferito le pieghe del corpo contuso nella pietra che accostava. Silenzio e segretezza rispondevano al commiato: erano lì da sempre, custodi della vita e della morte, della memoria e del futuro.

La segretezza della cava, ulteriori sottrazioni e la pazienza degli anni come calzino l’hanno rovesciato, specie di conversione dell’altare che m’ha concesso vedere, il Giuliani, appena conclusa: a testa in giù torna l’originario sepolcro vuoto, sebbene le bende siano collocate all’interno a contestare Magdalena ché il Signore non l’hanno rubato. Raddrizzato, pennellate di luce all’esterno lasciano spiare i tendini d’un corpo, trame s’intrecciano a dire quanto complesse corrano le vicende del cielo come quelle della terra. Labirinto del percorso s’intuisce, rete cui paure e incertezze non liberano dalla cattura chi l’attraversa. E pur leggerezza muove da quei fili che tirano la pelle, sottile e sofferta. E silenzio, composto nel taglio vivo degli angoli, fierezza di chi sa dover reggere la storia e lascia si carezzi per saporare quanto suntuosa e sensuale sia la vita che di lì muove. Se travertino e leggerezza pertengono alla poetica, di Giuliani, di suggestioni simboliche rigonfia, il paradosso applicato alla scatola (cf. la scatola sorda di Beuys) era stato sperimentato già nella Vasca (1994-1996), bara vuota, sorpresa nella propria ambiguità dalla cesura mediana che la traversa sul piano verticale: la divide rendendola inadeguata alla funzione per cui forse era stata costruita. Vuota, si fa disponibile ad altro - casa, lavacro, beveratoio - mentre la sottigliezza, cui è costretto il travertino, rende ambigua la destinazione:difficile rinunziare alla morte tra gli umani.

Lì la scatola era stata trattata insieme al tema dell’acqua, caro al’artista - Barca (1990), La vela (1991), Fonte (1992), L’onda (1992) – conferma Battistero (1994), l’altra opera di cui m’è chiesto scrivere. Ampio, il catino, accogliente, per contenere i sogni delle giovani madri che vi si accostano. Dolce la curva che lo disegna perché la poesia si offra possiibilità catartica al pari dell’acqua e la tenerezza del contenuto si traduca nella morbidezza delle linee rotondate al bordo del contenitore; movimento che si lascia carezzare, delicato come la pelle del figlio che al lavacro viene condotto. Mentova tragedia, invece, i materiali differenti, la mutilazione di alcune parti, e soprattutto i tratti sfumati di una croce, sulla parete di fondo, levata, rigonfia e accogliente, respiro doloroso e sensuale, presago e luce per il domani di chi s’accosta il quale, al pari dell’artista, è invitato a non cedere alla tentazione, a non chiedere alla pietra diventar pane: la durezza del giorno e il tribolo che l’accompagna costituiscono la trama del quotidiano vivere. Come vorremmo il buon Dio da questa pietra faccia nascere ancora figli, tanti, non importa che siano di Abramo o no (cf. Lc 3,8).