Giuliano Giuliani. Trasparenze materiche svelano fascinazioni divine, 2005 in Percorsi artistici 2004-2005
Annali Fondazione Staurós Italiana Onlus VI, a cura di Carlo Chenis,
Edizioni Staurós 2005 Autori vari

1. Premessa Giuliano Giuliani, nato ad Ascoli Piceno nel 1954, è considerato tra gli scultori più promettenti della sua generazione. Si diploma all’Istituto d’Arte di Ascoli e all’Accademia di Belle Arti di Macerata, sezione scultura. Ha al suo attivo alcune mostre personali ed ha partecipato a molte collettive. Hanno scritto di lui tra gli altri: Apa, Appella, Canova, Carrino, Chenis, Collarile, D’Amico, Lorenzetti, Melloni, Perfetti, Rossi, ecc. Ha collaborato con Staurós e con la Biennale d’arte sacra contemporanea. Sono molto stimate le sue doti tecniche e umane, la poeticità e la forza interiore della sua opera. “La sintesi estrema delle sue opere - come afferma Marina Bon – riflette il carattere incisivo ed al tempo stesso schivo e riservato di questo artista, che è stato molto opportunamente definito dalla critica “cantastorie di pietra”.

Con la pietra Giuliani ha infatti un rapporto maieutico: “L’ascolta, la interpreta, vi dialoga; e si confronta con essa, talvolta anche drammaticamente, nello sforzo di risolverla, di farla vivere aiutandola ad assecondare la propria naturale vocazione ad essere opera d’arte. […] Si tratta di un segno semplice, forte, che allude all’eternità della natura e invita alla meditazione e alla ricerca di spiritualità. Il travertino è una roccia calcarea, una stratificazione di depositi chimici plasmata nel tempo, dagli agenti atmosferici e perciò vitale e dinamica. La figura affiora dalla pietra incompiuta come in una trasfigurazione della materia e gradualmente diventa oggetto di costruzione e decostruzione di significati. La poetica di Giuliani non si ferma però ai colori cagianti del travertino ma abbraccia la natura nel suo complesso, sublime espressione divina e coinvolge l’uomo, custode e simulacro del bello. Mentre l’elemento naturale viene esplicitato nelle sue molteplici prospettive di senso nel tentativo di rintracciare una qualità spirituale della materia, l’uomo è riflesso e sotteso, sfumato nelle sue forme e accostato ad elementi paesaggistici. Un linguaggio estetico complesso che si nutre di segni e di metafore coniugando materiali diversi”. (M. Bon, scultori a Brufa, Artemidi Servizi, Brufa - PG, 2001).

2. Il presepe per la chiesa rupestre Madonna delle Virtù in Matera, 2004
2.1. Il presepe incantato di Giuliano Giuliani
Giuseppe Appella

C’era una immensa distanza tra una luce e l’altra che mi fissò nell’istante che traversavo lo stipite bianco da una parte bianchissimo dall’altra. Paolo Volponi Una perfetta, magnetica e incantata macchina teatrale, quella alzata da Giuliani nello spazio ascetico della campagna di Ascoli, dove l’elemento naturalistico viene ogni volta assorbito da forme concave e convesse in forte contrapposizione, alternate da elementi geometrici semplici che fissano una straordinaria armonia. Il travertino, reso trasparente da un lungo lavoro che, attraverso la perfezione della materia, vuole affrancare la scultura da ogni reminiscenza figurativa, si presenta in scomparti divisibili e raggruppabili in un grande cerchio di tre metri di diametro, rigonfio o increspato dall’aria sottile infrantasi sulla collina della Natività. Non c’è ombra di conquista drammatica dello spazio in questo Presepe che, nell’insieme e nello stacco delle superfici ondulate dove campeggiano i tre Magi, la tenda dei pastori e la stalla, rinuncia alle strutture scattanti per rimanere fedele a una forma maestosa. La visione di Giuliani è distaccata e insieme commossa. Gli attori che ruotano attorno al fiume sono quelli del gruppo arcaico di figure tratte come una figura sola, schematizzata al punto da perdere quasi del tutto individualità, dal pastore messo sulla stessa linea della stalla, della tenda che fronteggia i Re Magi, della stella resa monumento dell’evento: una culla-mangiatoia-impronta di Gesù la cui Natività, recuperando una visuale mobilità, si erge sulla collina pronta a rendere attiva l’intera macchina teatrale e i personaggi che la compongono, per acquisire quella potenza e quel rilievo inattesi che compongono la sua ieratica monumentalità. I personaggi si stagliano imponenti nello spazio aperto come sembianze della nostra quotidianità, risultato di un umanesimo immemoriale che richiama di continuo simboli senza tempo, congiunge l’antico al moderno, lo studio del modello e la visione interiore. Merito della sottigliezza e finezza dei dettagli compositivi dal timbro venato del travertino alla vibrazione dei profili, tanto precari quanto solidamente articolati, ben al di là delle forme stabilite. Infatti, i tre Magi e Pastore prolungano l’immagine del camminare, così come la Natività il suo interno movimento, oltre il modulo preordinato, utilizzando al massimo lo scarno potere che la materia, senza appoggi e deduzioni, emana da se stessa. Tagli improvvisi, vuoti, fragilità e strappi al tessuto plastico corrispondono al blocco di roccia calcarea, porosa e giallastra, da cui provengono e non a un espediente tecnico. Perciò, superfici e volumi, per mezzo di singolari connubi, attivano a ritmo continuo, secondo l’incidenza della luce e la presenza di uno o due colori, modulazioni cangianti che accentuano l’effetto di leggerezza e la messa a fuoco di elementi reali e immaginari in una sintesi organica convalidata dall’unità dello stile e dall’emozione di una “Nascita” che Giuliani intende trasmettere, quasi l’immenso spazio del tempo fosse stato superato in un attimo.

2.2. Un Presepe di pietra tra i Sassi di Matera, 2005
Osvaldo Rossi

Nella chiesa rupestre “Madonna delle Virtù” di Matera, nella zona vecchia dei Sassi, da dicembre 2004 a gennaio 2005, lo scultore di Ascoli Piceno, Giuliano Giuliani, ha esposto un suo Presepe, imponente lavoro in travertino realizzato su invito del critico d’arte Giuseppe Appella di Roma. Nella stessa città, ha presentato anche lavori in carta, disegni e tecniche miste al Circolo “La Scaletta”. Ho incontrato Giuliani prima e dopo suddetta mostra. Ho potuto constatare quant’egli abbia lavorato intorno a quest’opera, quanto vi tenesse. Il travertino è il suo materiale preferito, sa come affrontarlo, come assecondarlo; ne conosce tutti i segreti. Tecnicamente, com’egli dice, ha realizzato “un luogo di una circonferenza di tre metri costituita da otto lastre di travertino dello spessore di pochi millimetri dove si determinano valli, colline e grotte”. I personaggi sovrastano il luogo. In primo piano, sopra la grotta, c’è la Natività che dall’alto di una collina domina tutto il luogo. La Natività è definita in formula simbolica: un velo di pietra che si modula in trasparenze. Essa è la più spirituale delle figure, per questo occupa il posto più alto. Poi il presepe degrada in un movimento a spirale lungo il quale si collocano i personaggi, resi sempre più reali in rapporto alla loro spiritualità o fisicità. Le realtà più spirituali sono simboliche, le altre più descrittive. Il bue e l’asino sono sullo stesso piano della Natività e della mangiatoia e di Gesù, poiché partecipano dello stesso evento. Il bue e l’asino sono due elementi completamente svuotati; essi contrastano con un’idea di pieno e sono tra loro contrapposti. La figura di Gesù aderisce perfettamente alla mangiatoia, in simbiosi come un’impronta. I Re Magi sono definiti con tre forme che esprimono un dinamismo, un’avanzata, con dei particolari che rimandano a valenze orientali. L’albero e il cespuglio del paesaggio in basso sono definiti da una stessa radice che sviluppa un tronco che, da una parte, si conclude come palma, dall’altra, come simbolo dell’albero della croce. Non manca il pastore, custode di un gregge silenzioso, risolto in travertino e poliuretano. Accanto vi è una tenda piramidale, definita con quattro lastre convesse di tre millimetri ognuna. La stella, infine, con un taglio diagonale alla base, sovrasta e attraversa una collina. Un fiume taglia un lato ed è realizzato in resina e pigmento di azzurro. Testimonia Giuliani: “È stato per me un lavoro assai impegnativo. L’idea mi è venuta guardando nella chiesa di Santa Chiara di Assisi la Natività affrescata nel presbiterio. Idea che ho interpretato come venuta, come discesa e mi ha così suggerito tutto il simbolismo del presepe. Ho cercato di evitare i rimandi e i particolari delle singole figure. In conclusione, posso affermare che la tematica del sacro è quella che attualmente mi coinvolge di più”. Quest’opera è una specie di summa dell’attività di Giuliani. Di rilievo è l’immagine della Natività che, in cima alla collina, spicca come cippo sacrale di un evento soprannaturale. Il travertino reso trasparente e luminoso nel Cristo che viene, quasi con spiragli di luce che delineano l’immagine, è stato lavorato e ridotto a pellicola sottile e filtrante. Un clima sospeso e impalpabile aleggia attorno alla Natività.
I personaggi sono simbolici; l’elemento simbolico si fonde con l’oggetto figurale, man mano che si discende dalla natività ai personaggi e ai luoghi tradizionali del presepe, con le sue scene naturali, come il corso d’acqua, le grotte dei pastori, i personaggi dei singoli mestieri. Con la Natività è la pietra a reclamare la sua redenzione. È un gesto inatteso e inusuale, quello dell’artista, che s’incarica di evidenziarne le forme e le possibilità. In uno spazio essenziale, “rigonfio e increspato”, compaiono figure plastiche e simboliche, come perfette comparse di una “macchina teatrale” – riscontra Appella - che fissa l’“evento” dinanzi allo sguardo dello spettatore, sorpreso e stupefatto, e alla coscienza che si ridesta dinanzi a un’invocata possibilità di riscatto. Cosa ci annuncia questo presepe di pietra tra i Sassi? È lo stesso Evangelo a dirlo, nel metterlo in bocca alle pietre. Esse, infatti, presenze animate dello spirito, non potranno più tacere la venuta di Cristo. Anzi, saranno loro a “gridarla”, qualora la voce umana tacesse. Giuliani ha dato corpo a questo “grido”, ha trasformato le parole in pietre, per cambiare l’uomo nello spirito. Ha elevato a cifra poetica l’attesa di Cristo e l’urgenza della fede. È il compito dell’arte, nuova versione angelica dell’annuncio, quello di testimoniare, cioè di mantenere desta la Gloria e la Parola.

3. Il segno battesimale per il complesso santuariale di San Gabriele dell’Addolorata
3.1. Levita segnica, 2004
Lorenzo Canova

La leggerezza sembra l’ideale inseguito da Giuliano Giuliani nel suo lungo lavoro sulla pietra, su un’arte plastica che, ormai slegata dal riferimento iconico, cerca di perdere anche il vincolo del peso e di allontanarsi dalla corporeità della scultura,dall’incombenza delle sue costrizioni fisiche, in una ricerca del limite sfuggente che si frappone tra una presenza vicina all’assoluto, la scomparsa,e l’annullamento. Il travertino (materiale prediletto dallo scultore anche per una lunga tradizione familiare) viene utilizzato da Giuliani come in una sfida, una lotta contro le resistenze della roccia, delle sue stratificazioni millenarie, contro la sua essenza greve e ponderosa che deve essere superata e trasformata in un’essenza lucente, segnata dalla grazia e dalla levità. Giuliani cerca forme sinuose e quasi prive di spessore, come se la pietra si trasformasse improvvisamente in una carta modellata da una mano orientale, in un serto di fiori composto da una ninfa invisibile, nella perfezione della materia sublimata nel suo elemento più puro. Sin da opere come Il tempio (1990-91) o L’Eremo (1993) e fino a sculture come Altare e Cattedrale (1998), Giuliani cerca di riallacciare il rapporto tra la scultura e il sacro, trasportandolo in una dimensione quasi architettonica in cui le aperture segnano il travertino come soglie che conducono al centro dell’ignoto, porte che si aprono verso una silente dimensione dell’ineffabile.

3.2. Ricordo ancestrale, 2004
Mariano Apa

Giuliani esprime la sacralità dell’arte attraverso la qualificata lavorazione del travertino. Il lavoro del travertino è la tecnica della tradizione riconfermata nella coscienza della contemporaneità che include anche la concettualità, ovvero la possibilità che venga proprio la manualità della lavorazione, semplicemente, negata, eliminata. Come dichiara l’artista: “Tutto ciò ha un sapore di un qualche cosa che manca al già fatto”. Il nuovo e il già fatto. Nella costituzione martiniana e mariniana del suo lavorare, Giuliani si è conquistato una validissima posizione proprio all’incrocio delle lingue della manualità e della concettualità. Giuliani, vivendo nelle Marche, riassume le testimonianze critiche del lavoro di Trubbiani e di Peschici. È uno scultore piceno nella accezione storico- antropologica. Reclama, per questo, la epicità della avventura immaginativa che costruisce, nelle iconologie mostrate, la giustificazione di un intero territorio artistico, di una intera geografia dell’arte. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti a Macerata, ha insegnato scultura e modellistica a Urbino e ad Ascoli Piceno, ha partecipato alle più importanti rassegne dagli anni Ottanta. Il suo lavoro per la Quarta Biennale d’arte sacra contemporanea è un esempio della religiosità con cui decostruisce e ricostruisce il sacro della manualità all’interno della cosciente concettualità del procedimento artistico. La Croce è vista, è colta quale esempio spaziale del fonte battesimale, dentro una grande enorme coppa, una vasca di travertino; al centro, a rilievo, è scalfita la Croce. Il tutto per essere immesso dentro l’acqua limpida che riempie a metà la coppa-recipiente. Come per la scultura di Anish Kapoor, ecco che la pietra si svuota, si riempie di aria, di vuoto. Così scoperta, svuotata, la coppa si riempie di acqua come fosse una ruvida ed elementare acquasantiera, un fonte battesimale ancestrale da primi secoli del cristianesimo. Come nei famosi Pozzi di Pistoletto esposti allo Spazio dell’Immagine a Foligno, nel ‘67, anche qui bisogna esporsi, avanzare con il volto e sprofondare nella intimità del recipiente, della pietra; bisogna scavare dentro di noi e agostinianamente scoprire la luce, l’illuminazione che decide il segno del senso: la icona frastagliata e impressa dentro l’acqua-pietra della nostra coscienza, della nostra segreta e intima personalità. L’opera di Giuliani scalfisce le sclerosi dell’iconografia e rivaluta la compartecipazione dell’altro dal sé, per fare emergere la veridicità dell’icona della Croce: fonte dell’acqua che disseta la altrimenti persa e secolarizzata Samaritana, fonte dell’acqua che detta il Nuovo Battesimo, che traduce la nostra certa Perdizione in possibilità di Nuova Alleanza. Opera sacra nel senso propriamente stilistico, epocale; nel senso dello svelamento estatico dell’icona che esprime

Intenso Essenziale XLVI Mostra Nazionale d'arte Contemporanea Termoli 2001  Ferrara Palazzo Massari Padiglione d'Arte Contemporanea 2002
Transiti Palazzo Albani Urbino 2002 Cento artisti rispondono al Papa, Museo Staur�s d'arte sacra contemporanea, S.Gabriele TE Catalogo della mostra 2001 Cento artisti rispondono al Papa, Museo Staur�s d'arte sacra contemporanea, S.Gabriele TE Catalogo della mostra 2001  Small stone exhibition, Plaza Gallery, Tokyo, 2001
Ferrara Palazzo Massari Padiglione d'Arte Contemporanea 2002 Quaderni di scultura contemporanea 4, Roma, Edizioni della Cometa, 2001