Angelo Andreotti

La disciplina delta Terra
sono i padri e i figli
i cani che guidano le pecore
tutti quei nomi dimenticati
sotto la mano sinistra
del suonatore
(Ivano Fossati, La disciplina della Terra)

C’è l’acqua, che è idrogeno e ossigeno che si danno la mano, e siccome l’ossigeno è robusto, mentre l’idrogeno un po’ meno, succede che l’acqua è ossigeno che stringe per mano due idrogeni. È vero che l’idrogeno non è molto robusto, ma siccome nell’abbraccio con l’ossigeno è quest’ultimo che ci mette più forza, allora a lui un po’ di energia resta e con questa cerca di accalappiare altre cose, per esempio il carbonato di calcio, che però non trattiene per molto e basta poco perché ne abbandoni la presa.

Succede così quando si alza o si abbassa la temperatura, oppure semplicemente quando l’acqua scorre e sbocca in sorgente, scivola in torrente, s’affretta in cascata; allora non ce la fa a mantenere la presa di cose pesanti, che si depositano, si sedimentano in materie che il tempo irrigidisce, che diviene duro come la roccia, per esempio in travertino. Per ottenere questo di tempo ne occorre molto, e magari in questo lungo e lento intervallo le cose che l’idrogeno non trattiene, e lascia cadere, imprigionano una conchiglia o il corno di un alce o un pezzo di vegetale, presenze insomma che possono restare oppure decomporsi. Se restano allora si hanno i fossili, se si decompongono invece lasciano nel travertino dei buchi, dei vacuoli che lo percorrono creando piccole caverne, insidiose per chi desideri sgrossarne la massa. È una roccia malleabile per intagli, sì, ma complicatissima da lavorare quando la si vuole portare a spessori minimi, quando la si manipola a levare fino a che non diviene sottile, un velo, una membrana, una piega d’aria, come nell’opera di Giuliano Giuliani, possessore per eredità di cave di travertino in disuso e scultore di questa stessa materia quasi per evoluzione genetica. In questo modo si lavorano rocce più dure, più compatte, come i marmi, per esempio, dove penetrare e levigare significa dominare la materia, sottometterla con voce grossa per poi magari addolcirne la virile resistenza, ma il travertino no.

Il travertino tra le mani di Giuliani è femmina, pretende ascolto e cura, preparando tranelli inevitabili non appena si graffia il suo cuore con la rudezza di una distrazione. Interrogare il travertino come fa l’ascolano è un lavorare sull’orlo di un precipizio, è un fermarsi all’istante che precede il fallimento, è un cercare il limite estremo in cui la materia ancora sorregge la forma e oltre il quale di contro mostra tutta la sua precarietà. E perciò viene da chiedersi se questa roccia venga scelta per consuetudine paesaggistica e familiare, o piuttosto per estenuante esercizio di umiltà, quasi la ricerca di quell’ultimo punto di resistenza fosse un tributo da pagare alla violenta estrazione della pietra dalla montagna. Basta poco, un colpo in più, un millimetro in meno, e dell’idea intuita può non restarne nulla, o può soccorrere il gesso che quasi ortopedicamente rinsalda la frattura senza negarla, semmai mostrandola, forse anche evidenziandola e portando a perenne visione l’errore, l’imprecisione, l’azzardo, l’eccesso di arroganza, ed è punizione che fonde ricerca etica ed estetica costringendo lo scultore a un fitto dialogo con la sua materia, dove alla domanda dello scalpello segue la risposta della roccia e dove non ci sono risposte sbagliate ma soltanto domande inesatte. Giuliani più di altri conosce la disciplina delta terra, che gli s’impone con regole ferree che ascolta con umiltà, ma alle quali non sa sottomettere la sua smania di rivincita.

Cercando la forma nella materia, la materia impone disegni, i suoi, che lui scopre e avvinghia in una propria volontà, una sorta di ready-made che piega il caso in causa e genera l’intuizione estetica. Così nascono le sculture più riuscite, quando lo scarto tra idea e realtà da errore logico diviene esattezza poetica. Si sa, la materia determina la forma e la forma definisce la materia. Separare l’una dall’altra è una mera esibizione concettuale. Di fronte a un blocco di roccia lo scultore sa già cosa cercarvi, ma non sa e non può prevedere cosa troverà allorquando i suoi attrezzi scaveranno, violeranno, scardineranno il serrato silenzio della materia, che non è muta né inerme, soltanto in attesa di essere interpellata e pronta con le sue obiezioni e le sue proposte, disposta alla rabbia di una crepa, al suggerimento sussurrato ma anche a quello gridato, oppure all’ubbidienza se voce e mano coincidono in carezzevole intimità.

L'ambigua luce dell'arte, catalogo della mostra, Trento , Galleria l'Isola, 2000 Rivista Christophorus, Porche Magazin, 1999 L'ambigua luce dell'arte, catalogo della mostra, Trento , Galleria l'Isola, 2000