Massimo Duranti
“Scultori a Brufa” si arricchisce della significativa presenza di un’opera di Giuliano Giuliani, artista marchigiano “di nicchia”, nel senso di riservato e di solitario, proposto da quattro scultori “storici” della manifestazione che lo hanno indicato all’unisono come fra i più promettenti della sua generazione. Chi lo presenta e che lo conosceva solo attraverso qualche riproduzione, ne è rimasto subito entusiasta e ha aperto con lui un fecondo dialogo sull’opera da lasciare a Brufa e sul luogo ove collocarla.

Tronco, l’albero di pietra ridotto a due tronchi cavi di travertino, collocati nell’anfratto fra il campanile e una facciata della chiesa parrocchiale, sopra la scalinata che una volta faceva accedere al luogo sacro, è un segno forte, semplice e complesso alto stesso tempo, della eternità della natura che riveste l’Umbria e le sue colline. Una scultura che invita alla meditazione e alla ricerca della spiritualità; quella che pervade tutta la nostra terra come testimoniò già Francesco d’Assisi molti secoli fa e, più recentemente, un artista come Gerardo Dottori, definito “mistico del futurismo”, che proprio dal paesaggio umbro colse la spiritualizzazione della materia.

Ancona 1990 Ripe S.Ginesio(MC) Ripe S.Ginesio(MC)
Ancona 1990 Stauros 1990 IV Biennale d'Arte Sacra Contemporanea

Giuliani, che continua a nutrirsi di natura per il suo intimismo plastico, realizzato con abilità del tutto particolare in quella difficile zona grigia fra figurazione e astrazione, ci consegna un esito eccellente del progredire di un discorso molto impegnativo, che si inserisce nel novero dei lavori importanti degli ultimi anni, dei quali si potranno vedere alcuni esempi importanti nella mostra che celebra la collocazione permanente dell’opera.Di storie di pietre Giuliano Giuliani, scultore schivo e silenzioso arroccato fra le cave di travertino di Colle San Marco, paesino di grande bellezza, eppure abbandonato dal turismo che domina Ascoli Piceno, potrebbe raccontarne molte. Quelle concluse le ha suggellate nelle sculture che dall’inizio degli anni Settanta sono uscite, insieme, dalla sua cava, dalla sua mente e dalle sue mani. II rapporto fra questo austero artista e la pietra è certo di simbiosi, ma anche di serrato, meditato e sofferto confronto. Nelle cava di travertino Giuliani è cresciuto, in tutti i sensi, osservando le consistenze reali e le forme possibili nelle stratificazioni, nelle porosità, nei differenti colori impercettibili ai più.

Ogni pietra sottratta ha dunque una storia, sia essa diventata scultura o rimasta informe in un canto, in attesa di una sua destinazione plastica originariamente immaginata, ma non risolta. È dal brano del travertino ancora nel corpo della cava che nasce infatti la pulsione della forma e dello stesso contenuto. Nella poetica dell’artista si muovono una serie di problematiche, che per manifestarsi debbono trovare la coniugazione e la sinergia con la materia, ma non una materia qualsiasi e non un brano di travertino qualsiasi. Si tratta allora di un’empatia originaria che deve realizzarsi sul potenziale estetico di quella che è stata definita la “salda materia” allo stato grezzo, che grezzo per Giuliani non è. Per definizione infatti il travertino è una roccia calcarea con una lunga storia di deposito chimico realizzatosi per molteplici condizioni, fra le quali la temperature, la pressione e l’azione batterica, dunque di elementi vivi. Ne deriva una struttura porosa, vacuolare e cavernosa per i vuoti lasciati dai vegetali decomposti, anch’essi elementi vivi.

 
Castellafiume 1990 Castellafiume 1990 Controguerra 1991

E poi, invecchiando, il travertino assume colori cangianti per i cristalli di pirite che si trasformano in più o meno bionda limonite. Tutti questi fattori l’artista li conosce, li intuisce e le sue scelte, così, non sono mai casuali. La poetica di Giuliani non si nutre però di solo travertino, ma quanto meno della natura nella sua complessità, dell’uomo che ne è custode e, soprattutto, creato a immagine e somiglianza del divino e, dunque, simulacro del bello e del sublime. Mentre l’elemento della natura si esplica direttamente nell’esperienza dell’artista, l’uomo è riflesso e sotteso. L’ambiente, il paesaggio sono intesi come elementi fondanti vitali, dinamici, estranei a concezioni neo naturaliste. Ma nella sua poetica c’e un’ambizione molto alta, non nuova alle intenzionalità artistiche, primariamente e in apparente contraddittorietà alle avanguardie artistiche storiche: quella della spiritualizzazione della materia. (...) Lo stesso che Giuliani sta costruendosi lentamente nella silenziosa e certosina pratica artistica e che un altro artista futurista, lo scultore marchigiano Umberto Peschi, una decina d’anni fa, predisse che avrebbe avuto un peso sostanziale nel sistema dell’arte. Gli esordi di Giuliani, dopo gli studi nel corso dei quali assimilò disinvoltamente la sostanza dei linguaggi figurativi e di quelli delle ricerche astratte ed informali, sono iconoci, ma essenzialmente simbolici. La figura affiora dalla pietra incompiuta come in una trasfigurazione della materia.

Ben presto diventa, sempre per brani, oggetto di costruzione-decostruzione di insiemi: particolari anatomici che ambienta in situazioni neutre o che seziona specularmente nel gioco del doppio. È la stagione dei “pieni”. Della fine degli anni Ottanta, ripercorrendo velocemente un cammino in realtà molto lento e meditato, sono alcune “scene” plastiche ricche di simbologie e metafore. Ancora figure femminili, meno incompiute dei brani precedenti, ma volutamente disarmoniche nelle forme, accostate a scheletrici alberi o possenti montagne. Esperienze belle quali si può azzardare una lettura anticitazionista. Con l’esordio degli anni Novanta Giuliani matura una spiccata concettualità, un intimismo che pervade ogni narrazione estrinsecata con un linguaggio moderno di apparente minimalismo, in realtà di faticoso dialogo con un travertino coniugato discretamente col gesso, con rari pigmenti e altri materiali. 

 

Penne 1992 Fumone 1991 Fumone 1991
 

Comincia in quel periodo anche il progressivo affinamento della pietra, vero paradigma e, insieme, paradosso del maturato e mutato rapporto con la “salda materia” che lavora. Un nuovo linguaggio che corrisponde anche a un’evoluzione della poetica che si nutre ora più di segni e metafore di fattualità e di comportamenti umani, che di sola naturalità. La pietra, resa pelle di pietra, dunque finalmente dominata con un paziente lavoro di scavo, e gioco sapiente di vuoti-pieni, più vuoti che pieni in realtà, è icona di concetti e di minimalizzazioni espressive. II gesso la completa, la “restaura”, la integra artificialmente, ne costituisce elemento aggettante, complementare. La pelle di pietra è il volto del masso del travertino, quasi ad annientarne l’anima pura. È un’operazione di lenta smaterializzazione, dunque di ricerca di quella spiritualizzazione ambita nella dichiarazione sopra ricordata, che trasla talvolta anche nei soggetti rappresentati: negli alberi resi scorze, nel continente africano reso un grande foglio sfrangiato, nelle vele troppo esili a sopportare venti impetuosi e nella barca così fragile per reggere all’urto delle onde tempestose del mare. Fragilità apparenti ed ambigue. Quasi degli inediti trompe l’oeil scultorei, fondati su una primigenia e immutabile consistenza. In conclusione, senza aver voluto compiere un’analisi estesa della produzione di Giuliani, dopo che altri vi hanno egregiamente provveduto e altri, sicuramente, faranno nei sicuri sviluppi del suo lavoro, si può essere soddisfatti di aver contribuito ad arricchire l’esperienza degli scultori a Brufa di una pagina importante con l’esperienza di un artista di sicuro talento.

 
Cervaro 1992 Cervaro 1992 Trobada de joves artistes