Osvaldo Rossi
Il luogo è destino
Giuliani è un artista pienamente inserito nell’ambiente in cui vive ed opera; è figlio di cavatori del travertino, che con fatica hanno condotto un mestiere duro e ingrato, attualmente messo a dura prova dall’impatto ambientale. (...) La realizzazione dell’opera è sempre il risultato di una lavorazione e di un intervento personali che conferiscono al travertino nobiltà e dignitosa preziosità e lo riscattano dal suo uso quotidiano; tutto ciò sembra avvicinarlo al marmo.

Giustamente Roland Barthes, in Miti d’oggi (Parigi 1957), ha scritto: “Un oggetto lussuoso è sempre legato alla terra, richiama sempre in maniera preziosa la sua origine minerale o animale, il tema naturale di cui non è che un’attualità”. (...) “II travertino - egli dice - respira, è pieno di organismi vegetali e animali fossili, ogni poro è l’anima di una vita, il suo tempio”. La pietra, ricavata dall’ambiente montano, è frutto di un’attenta selezione. Subito dopo Giuliani osserva: “Giro giorni interi la cava, guardo decine di volte gli stessi massi, fin quando la suggestione libera il progetto definitivo”.

Giuliani Image Image

Scelta la pietra “violata”, interviene l’artista che ne accoglie la voce, anzi il “grido”. Giuliani conosce e riconosce il linguaggio del travertino, il grido della violazione compiuta, accettata per un atto d’amore. Può l’arte ammettere tanto? L’operare è una risposta lenitrice; l’arte è il riscatto di una violenza nella cura per la pietra. L’opera è l’interpretazione che si fa gesto nella cura attraverso l’artista. Giuliani asseconda la pietra, non la toglie dal proprio ambiente; la manualità non lo porta ad imporre ad essa forme precostituite, ma a ritrovare elementi vitali, in cui uomo e natura s’incontrano (...).

I momenti dell’operare plastico dell’artista sono fondamentalmente due, archeologico ed intensivo, nel rispetto dell’alterità della pietra e del suo ambiente, anch’esso una grande e vitale scultura. Dal punto di vista archeologico Giuliani cerca di preservare lo stato larvale della pietra, non considerandolo mero ostacolo per il suo compito. L’aspetto archeologico non va qui inteso in modo negativo, come il risultato di un’azione insanabile e corrosiva del tempo che riduce la pietra a residuo, a rudere, riportandola alla situazione minerale iniziale. (...) Quella di Giuliani è una manualità sapiente volta ad esaltare l’elementare vitalità ed arcaicità della materia. Ecco l’altro tratto rilevato, quello intensivo, che dal punto di vista plastico si configura come una ricerca che celebra la pietra nella sua propensione intensiva a darsi-forma attivamente, attraverso l’occasionalità e la fragilità del gesto plastico. Qui la scultura di Giuliani, attraverso i due momenti appena richiamati, dimostra di aspirare ad una nuova classicità. (...) Egli ha con insistenza affermato: “Spero che nelle mie pietre ci sia una qualità spirituale che, anche se pochi, alcuni possono cogliere.

Image Dialogo, Civica Pinacoteca, Ancona
 

 In futuro vorrei dare maggiore spiritualità, una sorta di coinvolgimento mistico... deve accadere qualcosa di particolare di fronte al mio lavoro. Si dovrebbe intravedere non solo ‘l’oltre’, ma anche l’immanenza di qualcosa altamente spirituale”. Egli avverte qui il duplice destino, dell’arte e della  “forma”, che Gottfried Ben indicava come “il compito esistenziale dell’artista, il suo fine” e che Giuliani, come un antico e mediterraneo nuovo sciamano plastico, indica cosi: “Chi sceglie l’arte sceglie di scegliersi. Sceglie di agire per contemplare. Le proprie esigenze sono di luoghi e azioni, di forme e colori. La figura e l’astratto hanno entrambi queste esigenze”.