Levando materia e creando una nuova alternanza di vuoti e di pieni, lo scultore reinventa nuovi percorsi di luce e di ombra. Ma mentre la luce scorre sui pieni, l’ombra si insinua nei vuoti, e anche per la scultura, allora, ambigua è la luce dell’arte perché laddove il pieno è il residuo di ciò che resta dell’originaria compattezza del blocco, il vuoto è invece in esso, impronta del gesto artistico. Se per Carlo Bernardini e Roberto Falconieri è appropriato parlare di un uso ambiguo della luce, perché per entrambi gli artisti quest’ultima risulta dal suo contrapporsi all’oscurità ed è frutto di un artificio, nel caso di Giuliano Giuliani l’ambiguità risiede piuttosto nella difficoltà di individuare, per la scultura, la soglia in cui avviene l’incontro tra l’ombra e la luce propria del materiale, con quella, pur sempre naturale, che l’artista estrapola con abilità manipolando l’originaria pienezza volumetrica del blocco. Giuliano Giuliani scolpisce su blocchi di travertino in cui inserisce materiali diversi come il gesso, i pigmenti, finanche alle stoffe. Alleggerendo con questi interventi la durezza e porosità di una pietra come il travertino - estratta dalla terra e satura di forza vitale - Giuliani ricava nuove forme in cui l’alternarsi dei chiari e degli scuri è un gioco di ombre e di luci che assumono gradi diversi di intensità a secondo del materiale su cui scorrono e da cui vengono catturate (...)

Ritratto al lavoro, 1980