Mariano Apa

(...) Il travertino per Giuliani è la tenebra da cui distillare le forme intrise di luce: porosa, opaca, sensualmente impressa al flessuoso gesso che trasfigura “dal di dentro” il corpo del travertino. La martiniana “Scultura lingua morta” e letta da Giuliani con il Wildt de “L’arte del marmo”: (l’opera d’arte è) “decisa perché hai concetto nella mente” e “[...] che nessun lato si avvantaggi tanto sugli altri da romper l’equilibrio, così da farti uscire da quell’armonia di piani, di volumi, di linee, che dev’esser perciò il principio, la via e il fine” e, ancora Wildt: “[...] Un peculiare equilibrio di pieni e di vuoti costituiscono così la caratteristica della tua concezione e la ragion d’essere della tua opera”. I travertini scavati sono recipienti, acquasantiere, sono vuoti grembi dove primitive intuizioni ossificate sono accarezzate da salsedine; pulsa un cuore nello scafandro, s’apre una fessura strombata, e lascia Giuliani che non si immagini, attorno l’opera, il corpo intero dell’uomo, dell’edificio di una pieve. Questa “fragilità” è la forza di una identità che, riproponendo la coerenza della Tradizione, innerva l’etico valore dell’inattualità. Giuliani incarna la ritrosia della Marca d’Ascoli e, se si porta in sé il ricordo delle composizioni astrali dei liciniani “Fiori notturni”, certo tiene presenti come fissi chiodi (“proprio lì, prima di cadere nel baratro della voragine”) i numi di Fazzini e Mannucci: per dire dei due che infervorarono una Roma calda della sua “Scuola” e primitiva nelle gnostiche intuizioni disseminate da Colla e Villa. La memoria costruisce la condizione d’attualità, ripristinando il costruire del “fare”. Un fare smussato che esprime valore informale - da “Art Autre” - un piegare e flettere che è lo svelarsi della forma al formarsi dell’idea.

Nello Studio1978.