Anna Caterina Toni

Originario di Ascoli Piceno, Giuliano Giuliani appartiene all’area più meridionale delle Marche. In questa località è stata sempre tenace la tradizione lapicida, in particolare la lavorazione del travertino, materiale costruttivo di uso frequente nei monumenti ascolani. Fin dagli anni giovanili familiare è per Giuliani la cava di pietra nei pressi del Colle San Marco e il lavoro di scavo generazionale, attraverso il quale egli cerca di penetrare le modalità d’approccio alla pietra. Nel primo periodo di attività, il giovane scultore assume un linguaggio figurativo che tuttavia offre una chiave di lettura ermetica, in quanto le opere presentano frammenti di carattere metastorico. Elaborazioni successive conducono l’artista ad una sperimentazione sul materiale, che gli permette di semplificare sempre più le forme figurali, per giungere, attraverso un lavoro di sintesi, ad opere che hanno una connotazione arcaica. (...)

La naturale riservatezza e il suo solitario appartarsi coincidono con una scelta artistica di operatività fattuale, di riappropriazione di un faticoso e artigianale lavoro d’incavo della pietra in contrasto a mode e tendenze artistiche, facilmente elaborate. In tal modo il rapporto con il materiale diviene frequentazione assidua, restituzione di un’idea, incarnata nel travertino, come risposta a lungo attesa ad una tenace e costante richiesta. Negli anni Novanta l’artista raggiunge una essenzialità di strutture che egli ha plasticamente definito, quasi plasmato, fino a rendere malleabile la materia calcarea, piegandola ad esigenze estetiche, assottigliandola, in modo da produrre lacerazioni, frantumazioni della superficie porosa, che diviene viva e sofferta. Giuliani interpreta la vera finalità dell’arte, quella cioè di trasformare un materiale inerte, reperibile in natura, in un oggetto scultoreo, che assume una sua interiore validità e vitalità, conferitagli dall’artista, tanto da renderlo connotativo dello spazio. Le forme scultoree create dall’artista assumono il significato di simboli, evocano immagini primordiali, ma al tempo stesso esaltano le qualità della pietra, il suo trasformarsi per l’assorbimento della luce, per l’affiorare di colorazioni naturali, per le anfrattuosità insite nella sua essenza organica, in un manufatto intatto nella sua purezza e integrità. Il primitivismo delle opere di Giuliani è dunque riconoscibile e identificabile nei caratteri di severa essenzialità, di semplicità e linearità delle composizioni, nell’atmosfera sacra del reperto. Sperimentazioni recenti, eseguite sul materiale negli ultimi anni, hanno indotto l’artista a completare i vuoti naturali della pietra con inserimenti o completamenti delle parti mancanti, realizzati in gesso. Gli interventi rendono evidente la volontà dello scultore d’imprimere al travertino una qualificazione plastica individuale e personale, che lo trasformi in oggetto costruito e manipolato con finalità espressive. L’uso di pigmentazioni di colore, o l’inserimento di stoffe nella vacuità del calcare, la seduzione offerta dal gesso nell’assumere una politezza di forme che contrastano con l’austera ruvidezza del travertino, costituiscono una scelta di tendenza che si orienta verso soluzioni più attuali e, in certo senso, elaborate. Giuliani piega il materiale a possibilità combinatorie, che ne annullano il primario linguaggio naturalistico, rarefatto e univoco, in un adeguamento espressivo alle possibilità inventive della creatività artistica. Gli inserimenti e gli interventi in gesso sottolineano infatti la presenza dell’uomo, la sua discrezionalità nel rispettare il reperto o nel volerlo modificare secondo i propri intendimenti. A mio avviso, Giuliani ha restituito il mito alla storia, imprimendo alla suggestività delle forme rappresentate una connotazione umana di chi si cala nel proprio tempo e si assume la responsabilità di rappresentarlo.

 

Nello studio garage Spazi ideali
Nello studio garage Allestimento Spazi Ideali, Palazzo Malaspina, AP, nella foto con il gruppo immanentismo, 1978