Mariano Apa

La materia usata da Giuliani è il travertino. È polvere e suono di scalpellino da famiglia, di tradizione. Nella dura e montana antropologia del Piceno, l’arcaico mondo dell’antico risuona con slabbrate e forzate camminate per boschi e su per monti. Attenzione al lavoro che significa semplicità e minimalismo nelle tematiche da affrontare. Giuliani sviluppa pochissime iconografie, eppure quasi infinito sembra essere il valore dei significati ivi riposti: la donna come Grande Madre che, discendendo dalle Pomone di Marini, si inoltra nei “sentieri interrotti” delle figure primitive, là dove la donna è Androgino grasso, enorme, seno che uccide, vagina che divora, ovvero anche dolcissima carezza di coscia e lunga tenerezza di collo modiglianesco. Se negli anni Settanta Giuliani è attratto dal non finito dei “Torsi”, rivaluta l’espressionismo dell’età post imperiale romana, ovvero anche della fase greca dell’alessandrinismo. La scultura “alta”, classica, lo educa al modellato e lo affascina di più l’energia di uno Skopas che non Prassitele.

E così, più che Viani, ecco che le forme aguzze di esistenzialità, alla Vangi e alla Trubbiani, ritornano come eco che apre la porta alla sua personale espressione. Artista di notevole energia, la scultura di Giuliani è tutta da venire a configurarsi, in attese non spasmodiche, non ansiose di presenzialismo: perché il lavoro della pietra lo ha educato alle stagioni dell’arte e non ai pieni effimeri della carta stampata. Giuliani vuole stampare nella coscienza l’idealità della scultura come “lingua viva”, come odore di corpo, come racconto di storia. Rinnovando la sintassi della tradizione, lo scultore piceno arriva a riproporre l’energia della forza primogenia, della energia che ha fatto alzare ritti gli uomini e ha permesso la declamazione del proprio nome.

La scultura di Giuliani incontra anche esigenze di “installazione” come di manierato concettualismo; una ricerca forse da spurgare, per fare liberare completamente la forza insita nella scultura intesa come lavoro, come felice approdo alla maieutica della pietra. Anacronistico concepire, che tutto è proiettato nel futuro, perché la difficilissima arte della scultura è il luogo della verifica delle proprie energie, della propria intima energia vitale, che Giuliani immette come dal di dentro del travertino, così che più che “togliere”, sembra che Giuliani scolpisca per “aggiunta”, dando vita ed esistenza alla informe materia.

 

Domenico e Mario Giuliani (zio e papà), titolari della cava omonima , inizio anni '70 In studio 1974
Domenico e Mario Giuliani (zio e papà), titolari della cava omonima , inizio anni '70 In studio 1974