Angelo Ferracuti

Giuliano Giuliani, mi è apparso semplicemente dove è nato artisticamente: la vecchia cava del padre su a Colle San Marco, la prima in assoluto nata nel 1952 in un luogo che sa di combattimenti partigiani, di eremi solitari e luminoso travertino ascolano. Solare e con una abbronzatura da uomo di fatica, simile a quella dei manovali, l’ho raggiunto nel suo laboratorio all’aperto, dove sagoma, scava, modella con gli scalpelli infaticabile nei mesi buoni, e dove pensa di costruire un museo e una bottega per giovani scultori.

Carlo Chenis

La “vera immagine” della resurrezione è il “sepolcro vuoto” con le bende riposte e il sudario piegato. L’astratto Giuliani si fa allora enigmaticamente ed elegantemente figurativo, pur non mutando stilemi compositivi e levità materiche. Tuttavia, le bende riposte prendono nuova vita, come le ossa inaridite della valle ezecheliana (Ez 37). Si tratta di una percezione interiore dinanzi ad un’ordinata assenza. Una percezione prodotta da una fede implicita che si sta esplicitando. Sono i due tempi della scultura del Maestro. Nel primo, attraverso la benda orizzontale compostamente spiraliforme, si iconizza la meditazione del Sabato Santo nel buio del sepolcro. Nel secondo, attraverso la benda verticale prodigiosamente ascensionale, si mostra la contemplazione della domenica pasquale nella luce della resurrezione.

Giancarlo Bassotti

(...) Il suo intimismo plastico si nutre di natura e si realizza in quella zona grigia tra figurazione e astrazione e narra storie di pietre scritte con il travertino. Il rapporto tra questa pietra viva (realizzatasi per l’ azione di elementi vivi quali la temperatura, la pressione, l’azione batterica, con vuoti lasciati) e l’artista e certo di simbiosi, ma anche di meditato confronto. Dal brano del travertino ancora nel corpo della cava nasce la pulsione della forma e dello stesso contenuto.