Carlo Chenis

Quello di Giuliani è un grave, seppure arioso, monumento alla riconciliazione. L’oggetto “inginocchiatoio” è traslato nelle misure, nella forma, nel materiale. L’artista ripropone una tecnica, consolidata in numerose sue opere, di dare effetto traslucido e sinuoso al travertino. La sua arte è paradosso materico, vuole trasformare l’opacità del travertino in rifulgere di luce grazie alla misericordiosa pazienza di Dio. Le “sproporzioni” eminenziano e verticalizzano l’oggetto trasformandolo in scultura.

Gilberto Marconi

Giova, introducendo la riflessione su due opere create appositamente per la liturgia, sgombrare il campo dal rischio riduzionista di certa funzionalità imposta. Positivismo religioso, potremmo definirlo, che asserve l’arte alla produzione di oggetti funzionali all’azione liturgica, sottraendole lo specifico, libertà da qualsivoglia contingenza. Paradosso di una religiosità che mentre rivendica per se la vocazione alla grazia non la garantisce all’arte la quale, pure, gratuita è per statuto. L’arte di Giuliani, prima ancora di cedere alle lusinghe della committenza ecclesiastica, s’era resa familiare ai temi del sacro - Il tempio (1990-1991), Sacro cuore (1991), L’eremo (1993), Ostia (1994-1995), Ambone (1994-1996), Apocalisse (1998), Fonte battesimale (1998), Porta (2000) - connaturali all’ispirazione dell’artista e alla materia che tratta. Da siffatta ispirazione muovono le nostre opere, la prima delle quali arriva da un percorso travagliato cui i patimenti hanno acquisito la forma ultima. Era Altare (1998) già all’ottava Biennale d’arte sacra di San Gabriele (Teramo), diverso rispetto all’attuale. Allora emergeva la solidità del personaggio, pur leggero e saggio a un tempo per via di quei suoi molti percorsi.

Giuliano Giuliani. Trasparenze materiche svelano fascinazioni divine, 2005 in Percorsi artistici 2004-2005
Annali Fondazione Staurós Italiana Onlus VI, a cura di Carlo Chenis,
Edizioni Staurós 2005 Autori vari

1. Premessa Giuliano Giuliani, nato ad Ascoli Piceno nel 1954, è considerato tra gli scultori più promettenti della sua generazione. Si diploma all’Istituto d’Arte di Ascoli e all’Accademia di Belle Arti di Macerata, sezione scultura. Ha al suo attivo alcune mostre personali ed ha partecipato a molte collettive. Hanno scritto di lui tra gli altri: Apa, Appella, Canova, Carrino, Chenis, Collarile, D’Amico, Lorenzetti, Melloni, Perfetti, Rossi, ecc. Ha collaborato con Staurós e con la Biennale d’arte sacra contemporanea. Sono molto stimate le sue doti tecniche e umane, la poeticità e la forza interiore della sua opera. “La sintesi estrema delle sue opere - come afferma Marina Bon – riflette il carattere incisivo ed al tempo stesso schivo e riservato di questo artista, che è stato molto opportunamente definito dalla critica “cantastorie di pietra”.