Nicola Carrino
Nel fare arte contemporanea e nel suo evolversi e trasformarsi, la scultura a mio avviso, continua a dare risultati di validità persistente. II misurarsi con lo spazio reale, attraverso materie e specifici procedimenti, raffrena le espressità immotivate del singolo o del privato per contemperarsi nelle necessità di un linguaggio pubblico e comunitario. La scultura si rapporta al luogo, lo crea e lo trasforma con la sua presenza tattile ed effettiva. La scultura è procedimento e resa del reale che non prescinde dal luogo e ad esso finalizza. Giuliani è scultore in questo senso.

Osvaldo Rossi

Il gesto è traccia,
indizio e
leggerezza

(...) Riprendere tale paradosso ed attuarlo in nuove sembianze metamorfiche dello spazio-luce-materia possiamo ritenere il costante impegno dell’artista. Nella sua attività plastica occorre distinguere tre fasi. La prima risale agli anni della formazione all’Accademia di Belle Arti di Macerata, a meta degli anni ’70, quando sotto la guida dello scultore Valeriano Trubbiani ha eseguito anatomie parziali modellate su una pietra porosa, opportunamente levigata, ma che non aveva del tutto dimenticato la sua primitiva elementarietà materica. Accanto al necessario modellare, imposto accademicamente,  egli seguiva la lezione innovativa delle recenti tendenze informali, che avevano riproposto l’urgenza della materia nella sua insuperabile naturalità. Incompiutezza e sollecitazione espressiva erano i poli dialettici del suo argomentare.

Massimo Duranti
“Scultori a Brufa” si arricchisce della significativa presenza di un’opera di Giuliano Giuliani, artista marchigiano “di nicchia”, nel senso di riservato e di solitario, proposto da quattro scultori “storici” della manifestazione che lo hanno indicato all’unisono come fra i più promettenti della sua generazione. Chi lo presenta e che lo conosceva solo attraverso qualche riproduzione, ne è rimasto subito entusiasta e ha aperto con lui un fecondo dialogo sull’opera da lasciare a Brufa e sul luogo ove collocarla.