Fabrizio D’Amico

Di soste viviamo; non turbi profondo
cercare, ma scorran le vene,
da quattro punti di mondo
la vita in figure mi viene.
Lucio Piccolo

La memoria di Piccolo m’è tornata non so perché adesso, pensando all’opera di Giuliani. Forse perché Piccolo è così durevolmente avvinto alla terra, ai suoi profumi e resistenze, al suo dolce malessere: come lo è Giuliano; o come m’è sempre parso che lo sia. Lento, testardo, paziente nella sua ricerca, come la materia che s’è scelto gli impone. Al termine della quale, c’è ogni volta una scoperta inattesa, una figura che era dentro e sguscia fuori, che viene da chissà dove. Che sgorga senza la facilità che Piccolo ha sperato per sé, ma con analoga certezza. Adesso, ripenso a qualche opera di Giuliani, di fronte alla quale ho provato, intera negli anni ormai lunghi che è durata la nostra solidarietà l’emozione che si prova di fronte alla bellezza. Per prima, una di quelle opere, di semplice concetto, di quasi elementare disegno, che egli ha chiamato Mattezzine: forse aderendo a un vezzo dialettale, quasi ad un lessico familiare, che infiorava, addomesticandolo, il termine di matteria, strampalatezza.

Paola Bonani

La ricerca di Giuliano Giuliani è stata di recente definita controcorrente.1 Perché Giuliani ha scelto per il suo lavoro di scultore un materiale, il travertino, e una tecnica considerati per tanti versi anacronistici. Lo erano forse già quarant’anni fa, quando l’artista ha iniziato a lavorare, e lo sono ancora di più oggi che i linguaggi dell’arte sono sempre più dipendenti da sofisticati sistemi tecnologici.
Negli anni Settanta, quando Giuliani inizia il suo percorso di formazione, frequentando prima l’Istituto Statale d’Arte di Ascoli Piceno e poi l’Accademia di Belle Arti di Macerata, la parola d’ordine tra le ricerche considerate allora più avanzate era “dematerializzazione”.2 Un termine che evidenziava bene la diffusa tendenza a ridurre al minimo la presenza fisica dell’opera d’arte.

Mariano Apa

Disegno e Architettura quale strumentazione concettuale per esprimere di sé medesimo la intima necessità di un lasciarsi dimostrare sinceramente disponibile alla forma. La pierfrancescana idea del progetto come disegno che proclama la forma presiede alla decostruzione del progetto altrimenti dimostrabile quale esercizio di manualistica. La decostruzione in Giuliani è la liturgica proclamazione della forma che sublima nella idea la magmatica riconoscibilità dell’esistenza. Una “riconoscibilità” che aspira a mostrare la giustificazione della stessa esistenza in virtù della forma definita. Nella realtà fenomenica del travertino ecco che il vento piega la foglia della scorza della sbucciatura, che il vuoto si impossessa realmente della astratta pienezza, che vortici di incarnati e di inarcamenti definiscono la energetica liberazione da scoliotiche ingessature. Nella rigidità della forma che sublima, tutto si muove perché tutto vive.