Fabrizio D’Amico

C’è una linea lunga e serpeggiante, distesa attraverso molta scultura europea della prima metà del secolo – non univoca né senza oscillazioni, quella linea, ma pur infine nitidamente tracciata, e riconoscibile – a monte del lavoro di Giuliano Giuliani. Muove forse dal tempo più misterioso di Martini, quegli anni Quaranta nei quali sembrò che tutto egli rinnegasse di quanto aveva sino ad allora pensato. Poi risalgono all’indietro, il pensiero e lo sguardo di Giuliani, sino ad un cespite della plastica del secolo qual è il Prometeo di Brancusi, del 1911.

Alessandra Morelli

Per i nostri padri, una "casa", una "fontana", una torre a loro familiare, un abito posseduto, il loro mantello, erano qualcosa di infinitamente di più che per noi, di infinitamente più intimo; quasi ogni cosa era un recipiente, in cui rintracciavano e conservavano l'umano. [R.M. Rilke, Lettera a W'. von Hulevicz, 1925]

Sul tavolo ci sono poche righe. Una pagina sfogliata, riscritta a matita, che legge ad alta voce, seguendo le lettere con le mani e con qualcosa che si avvicina molto ad una dolorosa dolcezza. Sembra dire, lo scultore, che le parole del poeta, quelle parole, gli sono così vicine da riuscire quasi a nominare il prodigio della sua spinta interiore. Il poeta canta l'umiltà di saper salvare l’aura familiare delle cose visibili e vicine.

Mariano Apa

Solidificare il vuoto per sopportare il pieno, in un procedimento che toglie “per aggiunta” nell’apparente paradosso di una pratica in cui si esalta l’intuizione di quel legare Wildt a Lo Savio - là dove il lucidato è la trasparenza per giungere, giungendo a definire un arcaismo che, negli anni, sempre più si depura dagli ideologismi primitivistici e confessa gli intimismi di quelle suggestioni primordialiste decantate nella “regione delle Madri”, per via di un Ciliberti in dialogo con Licini.